Un cattivo modo di pensare: dedurre l’ontologia dalla prassi

Quello che mi pare governi il modo di pensare di molti, riguardo a certe questioni di attualità, è che si rovescia il corretto ordine tra 1) constatazione della realtà (ontologia) e 2) decisione su come agire (prassi).

Invece cioè di formarsi un chiaro giudizio su come stiano le cose, per, poi, e poi soltanto, decidere come agire, si parte già con l’idea, preconfezionata, a priori, che bisogna agire in un certo modo, e a questo si piega il giudizio sulle cose. Le cose cioè devono stare in modo tale (l’ontologia deve essere in modo tale) che si possa agire in un certo modo. Hume negava, sbagliando, che si potesse dedurre il dover essere dall’essere, ma qui si giunge addirittura a dedurre l’essere dal dover essere (e nemmeno in forma ipotetica, come in Kant, ma come come quasi certezza).

Ad esempio, si decide a priori che “bisogna trattare” e per trattare occorre che l’interlocutore sia affidabile; di conseguenza, si adatta la realtà a questa esigenza pratica: si censurano, si fa come se non esistessero, tutti i fatti e gli argomenti che invece, con evidenza schiacciante, dimostrano una totale inaffidabilità di quell’interlocutore. Ma un modo di pensare, che pianifichi una sistematica censura di fatti e di argomenti, non è un buon modo di pensare.

Perché accade questo? Per la paura. Per una paura, che è in realtà sfiducia nella Provvidenza. Come se tutto dipendesse dal nostro arrabattarci, e come se aderire alla realtà e quindi alla giustizia fosse da disperati. O da irresponsabili. Mentre la prima responsabilità che noi abbiamo, come esseri ragionevoli, è guardare alla realtà, così com’è. Per quanto scomodo ciò possa essere.

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Author: intellectualia