Una breve e frammentaria riflessione. Nelle discussioni sul delitto di Garlasco, in questo tornante di possibile revisione della condanna di Alberto Stasi, mi pare che manchi qualcosa .
Nel senso che non una parte, non gran parte, ma tutta l’attenzione mi pare (dalle cose che ho letto e ascoltato) sia rivolta agli elementi indiziari “oggettivi” (impronte,tracce biologiche e simili). Senza dare la adeguata importanza al fattore soggettivo: quale movente può aver spinto un determinato soggetto a compiere quella cosa talmente grave che non può accadere senza un forte, appunto, movente. E qui il discorso dovrebbe allargarsi alla cerchia di coloro che conoscevano Chiara e i rapporti che lei aveva. E’ lì innanzitutto, è nella dinamica dei rapporti che la coinvolgevano, ed è nella personalità, di Chiara e dei sospettabili che bisognerebbe scavare.
Invece no: tutto deve essere misurabile scientificamente, con alambicchi e provette. Guardando più alle sfumature di una foglia che alla foresta. Foresta che pure non bisognerebbe probabilmente scavare nemmeno tantissimo per vedere.
Non sto dicendo che gli elementi “oggettivi” non siano importanti, dico solo che anche le dinamiche soggettive hanno la loro importanza, che mi pare non venga riconosciuta.
Perché accade questo? Mi vengono in mente due parole: relativismo e positivismo.