referendum: qualche riflessione

Per l’ennesima volta un referendum è fallito per mancanza di quorum.

dal punto di vista contenutistico

Personalmente, dal punto di vista contenutistico mi va bene che nessuno dei cinque quesiti referendari abbia vinto.

Dal punto di vista contenutistico infatti i quesiti referendari appaiono un tentativo un po’ goffo da parte di una certa sinistra di riguadagnare il favore delle classi popolari puntando sul fattore economico (il che di per sé non sarebbe male), interpretato però e gestito in un modo che si potrebbe chiamare vetero-marxista, con una accentuazione di tipo assistenzialistico-conflittuale che speravo definitivamente superata.

dal punto di vista del metodo

Il problema è che il metodo attraverso cui si è arrivati a questo risultato, ossia la scelta dell’astensionismo è sì formalmente lecito, ma appare sostanzialmente e politicamente improprio.

Hanno spiegato che l’astensionismo referendario è cosa diversa dall’astensionismo politico. E sia. Tuttavia c’è un punto trascurato dai difensori dell’astensionismo, che oggi sono a destra ma in passato sono stati anche a sinistra. Il punto è che il senso di una consultazione elettorale è quello di permettere alla popolazione di esprimersi e di esprimersi nella maniera più univoca e chiara possibile.

La scelta di far confluire un astensionismo intenzionale con l’astensionismo casuale o dovuto a motivazioni varie ma non alla opposizione di merito rispetto ai quesiti posti, è una scelta che non consente di individuare con chiarezza qual è il responso della popolazione. E’ una scelta che tende a confondere e a mescolare due diversi tipi di volontà popolare.

In effetti nessuno è in grado di determinare quante persone non sono andate a votare perché volevano che vincesse il no, e quante invece non sono andate a votare per le motivazioni più svariate (come la insufficiente conoscenza degli argomenti in questione, o una impossibilità/difficoltà a muoversi per andare a votare al proprio luogo di residenza e simili). Se noi paragonassimo il corpo elettorale che figura come astenutosi ad un’unica persona, la scelta dell’astensionismo sarebbe simile a quella di uno che alterasse la voce di chi sta parlando in modo tale da rendere irriconoscibili le parole che pronuncia.

Chi è andato a votare ha detto delle parole riconoscibili, ma chi si è astenuto si trova ad avere alterata la propria voce come uno a cui fosse fatto dire qualcosa di diverso da quello che voleva dire, rendendo indistinguibili le sue parole.

un ripensamento necessario

A questo punto dovrebbe imporsi un ripensamento dell’istituto referendario che potrebbe sì vedere da un lato un aumento anche significativo del numero di firme necessarie per indire un referendum. Ma questo andrebbe compensato o con la abolizione del quorum affinché si possa ritenere valido un referendum o almeno con un significativo abbassamento dello stesso quorum, in qualche modo simmetrico e speculare all’innalzamento del numero di firme necessarie.

Una terza misura, probabilmente irrealizzabile (ma che in termini astrattamente ideali potrebbe anche avere un senso) sarebbe di rendere un referendum valido anche senza quorum eccettuato il caso in cui il 50% più uno degli aventi diritto dichiari di volersi astenere dal voto, cioè si astenga non per forza maggiore, ma a ragione veduta. Dichiari ad esempio di ritenere i quesiti referendari inopportuni e impropri. E lo faccia recandosi al seggio e firmando quello che potrebbe anche essere un modulo precompliato.

Si tratterebbe insomma di rovesciare la soglia minima richiesta, creando non una soglia minima perché il referendum sia valido ma una soglia minima perché il referendum non lo sia. In questo modo, ecco il punto, si costringerebbe la popolazione a dichiarare in maniera esplicita e chiara la propria volontà.

Capisco che quest’ultima proposta possa suonare astrusa e cervellotica, ma mi pare la deduzione da quanto si è detto prima, ossia che una consultazione elettorale dovrebbe consentire alla cittadinanza di esprimere nella maniera più chiara, univoca e articolata, senza margini di ambiguità evitabili, la propria volontà.

Se questo sembrasse sbilanciare la normativa facilitando eccessivamente, per così dire, i referendum, col rischio di promuoverne una quantità incontrollabile, si potrebbe forse pensare di aggiungere che, nel caso un referendum fallisca (nella modalità poco sopra abbozzata) le spese del referendum stesso ricadrebbero (in tutto in parte) sui suoi promotori. Una misura, insomma, che potrebbe aggiungersi all’innalzamento del numero di firme, per scoraggiare iniziative referendarie non sufficientemente meditate.

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Author: intellectualia