C’è un modo abbastanza comune, ad esempio riguardo alla dinastie, di parlare dei Tudors, o dei Romanov, o degli Asburgo: lo si fa come se si trattasse di entità in qualche modo omogenee e monolitiche al loro interno.
Si fa cioè un po’ come se la ascendenza maschile fosse la ascendenza esauriente di una certa discendenza. In realtà ogni volta che avviene una generazione lì c’è una ibridazione tra due componenti, quella maschile e quella femminile.
L’idea del doppio cognome, paterno e materno, esprime, esplicita appunto questa paradossalità per cui, a voler essere rigorosi, alla fine avremmo una serie pressoché illimitata di cognomi. Eppure proprio tale serie praticamente illimitata di cognomi esprimerebbe perfettamente la realtà della inevitabile ibridazione che ogni generazione comporta.
Senza contare che anche all’interno dello stesso nucleo familiare si hanno delle differenze genetiche non indifferenti; per non parlare poi delle differenze temperamentali o di quelle, ancora maggiori dell’uso del libero arbitrio.
Quindi in un certo senso è arbitrario parlare degli Asburgo o dei Tudor. Perché qualunque caratteristica genetica viene diluita sempre di più e alla fine resta qualcosa di infinitesimale.
Se ne può ricavare come indicazione la non autosufficienza dell’individuo e la relatività del concetto di identità: la natura ci spinge ad aprirci, a rapportarci all’alterità, dove la alterità prossima diventa tramite per l’alterità totale. Siamo chiamati a partecipare alla vita trinitaria, alla grande festa finale della comunione universale, in Cristo.