Errori opposti (ma di ben diversa gravità)

C’è una visione del Cristianesimo che accentua l’incommensurabilità dell’Avvenimento, il che implica sì un rispetto del mistero e della libertà della persona, che però può portare al rifiuto di fornire qualsiasi giudizio su ciò che sta alla “base della piramide”. Il che non crea problemi solo con i problemi profani collettivi (politici), ma ha anche il difetto di privare la persona di possibili utili consigli. L’importante è che si tratti di consigli e non di ordini (“se non fai così, andrai all’Inferno”), sapendo che quanto più si va verso il dettaglio, tanto più è facile sbagliare. Ma il fatto che sia facile sbagliare non deve avere come conseguenza che allora ognuno va per conto suo, in ordine totalmente sparso, perché la conoscenza, anche del profano, si arricchisce della collaboratività, di una collaboratività benevolmente discorsiva, che si confronta anche argomentativamente sul commensurabile. Sia pure all’interno di un orizzonte dominato dall’Incommensurabile, dallo stupore e dalla gratitudine per l’Incommensurabile. Insomma il commensurabile va subordinato, ma non sacrificato, all’Incommensurabile. Ho sperimentato personalmente come un suggerimento, che arrivi anche prossimo al dettaglio, fornito con umiltà e semplicità, sia risolutivamente utile. Più di quanto non sarebbe stato un “devi vedertela tu”.

Vi è una linea opposta che cade in un errore ben peggiore: si accentua la commensurabilità dell’Avvenimento cristiano, al punto da pretendere di misurare e progettare se non tutto, almeno certamente molto più di quanto non sia giusto. Vi è qui, insomma, la tendenza a pretendere di capire ben più di quanto si possa capire, e a proiettare sulla “base della piramide” ciò che è proprio del vertice, ossia la certezza e la “sacralità”. E questo ha conseguenze negative non solo per il modo di affrontare i problemi politico-collettivi, ma anche a livello di rapporti personali: uno crede di avere capito tutto dell’altro, e pretende di imporgli quello che pensa sia giusto. In genere, quando ci si rapporta a un altro, agire sulla “base” del suo comportamento (su quanto è osservabile e analizzabile concettualmente) ci si espone certamente molto di più ad errori e alla possibilità di violenza. Perché è come un medico che puntasse tutto sulla eliminazione del sintomo, senza curarsi delle cause dei sintomi. O è come nella parabola della zizzania, dove uno è tutto preoccupato di strappare la zizzania, facendo così più danni che altro. Del resto don Bosco stesso ammoniva gli educatori a non lasciarsi andare all’ira di fronte agli errori dei ragazzi (fermandosi alla “base della piramide”), perché in questo modo non si fa il bene dell’altro, ma si da semplicemente sfogo a un sentimento naturalistico, che è in realtà falso, menzognero. Bisogna partire dal vertice, su ciò che ci accumuna come pellegrini dell’Infinito, e non puntare tutto sulla base, su quanto possiamo analizzare e progettare noi. Ho sperimentato sulla mia pelle quanto sia rovinoso intervenire “sulla base” di una persona, senza umiltà, ma con saccente pretesa.

La prima linea ha l’enorme pregio di partire dal vertice, però poi il vertice non viene fatto interagire adeguatamente con la base. La linea opposta ha il difetto enormemente peggiore di fermarsi alla base, alla sua commensurabilità possedibile e progettabile, dando per scontato il vertice della piramide. Senza senso del mistero.

L’ideale sarebbe uno sguardo che partisse dal vertice e mai lo desse per scontato, senza sfuggire dal cercare come la luce di quello illumini la base commensurabile della piramide. In un clima dominato da gratitudine e stupore, ma attivando pienamente le capacità conoscitive naturali, la concettualità misurante.  E’ sbagliato pretendere di misurare tutto, ma lo è anche credere di non poter misurare niente. E’ sbagliato credere di poter capire tutto, ma lo è anche credere di non capire niente, e che confrontarsi dialogicamente con altri sia intrinsecamente sbagliato.

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Author: intellectualia