Ecco alcune riflessioni, per fare il punto sulla attuale situazione internazionale, alla luce, tentativamente, della ragione, ma anche della fede (cristiana).
La fede consiglia la pace. Certo. Ma una pace a qualsiasi costo? O solo una pace giusta?
che potere ha il male?
Da un punto di vista teologico la domanda rimanda alla questione del potere del male. Dio è il Bene, il sommo Bene e la somma Giustizia. Tuttavia nella storia, individuale e collettiva, c’è il male. Un male che Dio, rispettoso della libertà di scelta delle sue creature, non impedisce. Però, non alla fine del mondo, ma già nel corso della storia, il male di cui uno non si penta, e che non usi perciò come occasione di conversione alla Misericordia ricreatrice del Mistero, porta ad esiti negativi. Cioè non vince. Il male non vince definitivamente nemmeno nella storia, nemmeno in questo mondo.
L’Innominato, nei Promessi Sposi, fa del male, rapendo Lucia, ma poi, pentendosene, quello che era male diviene occasione per un bene maggiore. Don Rodrigo invece fa del male, e non essendosene pentito, finisce miseramente. Hitler fa del male, invadendo altri stati e massacrando gli ebrei, e per qualche tempo sembra vincere, ma poi finisce con una sconfitta senza precedenti. E di esempi se ne potrebbero fare tanti. Insomma esiste una sorta di giustizia immanente (alla storia). Una giustizia non immediata, certo (Maritain parlava del fair play di Dio che dà al malvagio la possibilità di godere, per qualche, breve, tempo del suo male), ma inesorabile. Alle fine, nella stessa storia, chi fa il male va in rovina.
perché l’attuale invasione dell’Ucraina è un male
da un punto di vista formale
E’ male dal punto di vista del diritto internazionale, che soprattutto dopo la 2a guerra mondiale si era affermato, secondo cui non si modificano i confini, internazionalmente riconosciuti, in seguito a una guerra. Li si possono modificare solo in modo pacifico. La stessa Unione sovietica si era attenuta a questo principio: invade sì Ungheria (1956) e Cecoslovacchia (1968), e poi l’Afghanistan (1979), ma senza annettersi un solo centimetro quadrato di tali Stati. Ora invece accade che uno Stato faccia guerra a un altro Stato pretendendo di annettersene almeno una parte (se non di fagocitarlo tutto). Ora, questo è male. Perché? Perché se passa questo principio, che uno Stato si può annettere un (pezzo di un) altro Stato con la guerra, viene meno una regola basilare di diritto internazionale che invece ha garantito e potrebbe ancora garantire la pace tra gli Stati. I rapporti internazionali a quel punto non sarebbero più, nemmeno tentativamente, regolati dal diritto, ma solo dalla forza. E a quel punto l’unica legge sarebbe quella della giungla, per cui il più forte mangia il più debole.
una obiezione
[aggiunta dell’11-06-2024] Un amico mi ha obiettato che il caso della Cisgiordania occupata da Israele rappresenterebbe un esempio di modifica di confini internazionalmente riconosciuti, con beneplacito dell’Occidente.
Al che io ho risposto che «il caso Cisgiordania non pare paragonabile al caso Ucraina: 1) intanto perché Israele occupa la Cisgiordania in risposta a una aggressione che aveva subito da parte di Stati che lo volevano nientemeno che distruggere (mentre Putin invade l’Ucraina senza che quest’ultima avesse tentato di invadere e distruggere la Russia);
2) in secondo luogo Israele non ha mai detto di volersi annettere la Cisgiordania (come invece ha fatto Putin con le regioni ucraine occupate): si tratta di territori dallo status giuridico ancora da definire, e per definirlo occorre che ci sia una controparte disposta a riconoscere il diritto di Israele a esistere. All’Egitto, che ha riconosciuto tale diritto, Israele ha restituito per intero il Sinai. E l’unica controparte a cui Israele potrebbe restituire la Cisgiordania è l’autorità nazionale palestinese, quando questa si deciderà a riconoscere il diritto di Israele a esistere.»
da un punto di vista concreto-contenutistico
Ma c’è di più. C’è il fatto, sostanziale e concreto, che nulla lascia pensare che la Russia putiniana si fermerebbe dopo essersi presa un pezzo di Ucraina. Anzitutto con la Russia stanno altre potenze autocratiche (o meglio dittatoriali): la Cina, la Corea del Nord, l’Iran. Un vero e proprio asse, chiamiamolo asse delle autocrazie. Ora, chiediamoci: questo asse è interessato solo a indebolire un pochino l’Occidente (“dai, fai un po’ di spazio anche noi, per favore”), con cui poi convivere felici e contenti, per sempre, pacificamente? O è intenzionato, in ultima analisi, a distruggere le democrazie?
1) Per rispondere a questa domanda si considerino anzitutto dei dati empirici: perché la Svezia e la Finlandia hanno chiesto proprio adesso (dopo l’inizio dell’invasione putiniana) di entrare nella NATO? Perché tali nazioni non avevano sentito il bisogno dello scudo protettivo della NATO quando c’era l’Unione Sovietica (la Finlandia non poteva chiedere di aderire alla NATO, d’accordo, ma la Svezia sì), e invece tale bisogno lo sentono adesso? E’ compatibile tale pressante richiesta con la percezione di una Russia ragionevole e pacifica che si limita a chiedere (come se già fosse poco, ma ammettiamo che lo sia) un pezzettino di Ucraina? E perché Estonia, Lituania, Lettonia e Polonia sono allarmatissime per un possibile attacco russo e si muovono per contrastarlo? Questo depone a favore della percezione di un Putin ragionevole e pacifico? Ed è pensabile che i paesi vicini alla Russia siano prede di una ingiustificata isteria? O è più facile che siamo noi, più lontani e meno conoscitori di che cosa può fare la Russia, a crogiolarci in consolanti illusioni?
E poi: gli alleati della Russia sono ragionevoli e pacifici? E’ ragionevole il dittatore della Corea del Nord, che pensa solo a fabbricare missili (e poi a sperimentarne la gittata e l’efficacia)? E’ ragionevole e pacifica la Cina comunista, che, un giorno sì e l’altro pure, minaccia Taiwan, la sorvola con aerei militari e la circonda con navi da guerra? E’ ragionevole l’Iran, che manda a morte una decina di oppositori politici al giorno, ammazza le donne che portano “male” il velo e da anni sta portando avanti un programma nucleare? Non siamo forse davanti a un asse di potenze aggressive e minacciose, accumunate dall’odio contro la democrazia?
2) Ma andiamo oltre il dato empirico in direzione di una sua interpretazione. Perché i paesi autocratici dovrebbero volersi espandere a tutto il mondo e non se ne starebbero buoni buoni nei loro confini?
Già Kant osservava che i regimi non democratici sono intrinsecamente guerrafondai, perché non devono rispondere a una opinione pubblica libera, e dal cui consenso dipendano. Ma c’è anche un dato storico: è già accaduto che un insieme di paesi autocratici, quelli comunisti, mirasse (e attivamente) a espandersi a tutto il mondo. La coesistenza pacifica con l’Occidente era solo una tregua. Ora non c’è più il comunismo (vero e proprio) ma l’attuale Russia è in mano agli eredi della nomenklatura comunista, e la Cina e la Corea del Nord sono, anche formalmente, dei regimi politicamente comunisti. Non c’è più l’ideale egualitario. Resta però il dominio di una oligarchia, dispotica, ricchissima e corrotta, sul resto della popolazione. Ora, i regimi autocratici sono inevitabilmente spinti a voler dominare il mondo, se non altro perché, finché esisteranno paesi democratici, il loro potere sarà insidiato dal confronto, che i loro cittadini potranno fare con tali paesi, con la libertà da essi concessa, e col benessere in essi più diffuso. Le democrazie sono una pietra di paragone potenzialmente letale per le dittature. Un pericolo costante e mortale. Anche senza che muovano un dito contro di loro, ma per il solo fatto di esistere. E di funzionare bene. Per questo è del tutto plausibile che l’obbiettivo di eliminarle del tutto sia ancora più forte dell’interesse economico a commerciare con loro.
Quindi ci sono delle ottime ragioni che rendono plausibile che l’Ucraina, se Putin vincesse, sarebbe solo un primo passo verso il dominio del mondo da parte dell’asse delle autocrazie. Lo dimostra anche il fatto che l’attuale guerra non ha un carattere essenzialmente etnico-linguistico (anche se, malauguratamente, il governo ucraino, probabilmente per immaturità democratica, è un po’ caduto nella trappola di un non rispetto dell’identità linguistico-culturale dei russofoni): sono infatti molti i russi ad augurarsi che l’Ucraina la spunti. Perché così Putin cadrebbe. E potrebbe aprirsi una stagione di libertà anche in Russia. Del resto non mancano russi che combattono proprio, a fianco degli ucraini. Il punto infatti non è etnico, ma ideologico.
Senza contare che l’insidiosità del progetto delle autocrazie è accresciuta non solo per la loro abilissima politica di penetrazione economica (ma talora anche politico-militare) in diversi paesi africani, asiatici e in parte latino-americani; ma è tale da essersi abilmente costruita un potente cavallo di Troia negli stessi paesi democratici, facendo leva sui sentimenti anti-mondialisti e anti-democratici di una parte della loro popolazione, spaventata dalla prospettiva di una cancellazione delle (rassicuranti) identità nazionali. Così la Russia putiniana ha generosamente finanziato tutte le forze politiche e culturali che possono dividere, e quindi indebolire, l’Europa e l’Occidente. Presentandosi abilmente come il paladino della tradizione, lui che pure è un agente del KGB, della tradizione quindi nemico mortale, e come paladino del sovranismo e del multipolarismo, lui che concepisce il potere nel modo più accentrato che si possa immaginare (basti pensare a come ha trattato la Cecenia). C’è rispetto per le identità locali nella Russia putiniana? E ce n’è, nella Cina comunista, sua alleata? Il modo con cui sono stati trattati il Tibet e il SingKiang risponde a una logica di “multipolarismo” interno? L’asse delle autocrazie appare favorevole al multipolarismo solo in modo strumentale e propagandistico, quindi solo finché gli fa comodo, per dividere il nemico. Ma il mondo che le dittature sognano è tutto fuorché multipolare e pluri-identitario.
Qualcuno dirà: va bene, vero, e allora? Perché le autocrazie non dovrebbero essere meglio delle democrazie?
a) Non si vuole dire che i paesi democratici siano il Bene assoluto, e l’asse delle autocrazie sia il Male assoluto. Però i paesi democratici garantiscono una libertà e un rispetto del diritto che l’asse delle autocrazie non si sogna nemmeno. E la libertà e il diritto rispondono meglio alle esigenze iscritte nella nostra umanità che non una sottomissione cieca a un despota.
b) Inoltre, da un punto di vista teologico, la democrazia è il sistema che più rispecchia la “politica di Dio”, che non costringe gli esseri umani a credere e a obbedirgli. Non si impone, ma si propone.
c) Infine un regime dispotico appare inevitabilmente legato all’idea che un essere umano (o un ristretto gruppo di esseri umani) si arroghi dei poteri divini. Come se solo loro capissero tutto e potessero tutto (attribuendo a sé una infallibilità che è superbia, diabolica superbia, non consapevole del limite creaturale).
quale risposta a questo male
obiezioni superabili
Qualcuno potrebbe dire: va bene, Putin potrebbe essere un pericolo, potrebbe anche andare oltre l’Ucraina. Ma oggi non siamo preparati ad affrontarlo. Facciamo perciò almeno una tregua. Questo potrebbe avere qualche senso, se l’opinione pubblica dei paesi democratici non fosse pigramente schiacciata sull’immediato, se sapesse guardare oltre il proprio naso. Come invece ha dimostrato di non saper fare. Quindi, se non siamo pressati da una emergenza fortissima, difficilmente affronteremmo i sacrifici che inevitabilmente comporterebbe una seria azione di contrasto del male.
Una ulteriore obiezione è che l’Ucraina non ce la potrebbe comunque fare, per quanto aiutata dall’Occidente. Chi dice così dimentica che la stessa cosa si diceva nei primi mesi dell’invasione: “conviene arrendersi subito” – diceva qualcuno -“perché nel giro di pochissimo l’Ucraina cadrà”. Invece sono due anni che l’Ucraina, benché abbia le “mani legate dietro la schiena” da una incomprensibile pavidità occidentale, non solo tiene testa all’esercito putiniano, ma è riuscita a strappare all’aggressore importanti parti di territorio occupato. Lo ha fatto quando veniva aiutata. Dimostrando che la sua vittoria è possibile. A patto, appunto, che il mondo libero ci metta la faccia, si impegni fino in fondo. Come finora non ha fatto (si veda questo interessante articolo di Paolo Musso).
Tra l’altro il timore di una escalation atomica dovrebbe aver perso gran parte della sua ragion d’essere: questa guerra sta dimostrando come possibile qualcosa che si dava per impossibile, ossia una guerra convenzionale quasi diretta tra potenze nucleari. Si era sempre pensato che le potenze nucleari, se si fossero scontrate, avrebbero usato l’arma atomica. Invece non sta accadendo questo. Anche in passato Russia e Stati Uniti si erano scontrate in modo quasi diretto: in Vietnam e in Afghanistan. Ma là si trattava di aree periferiche, di interesse molto meno vitale. L’Ucraina invece è in piena Europa. E quindi la posta in gioco è altissima. Eppure Putin non sembra essere così pazzo da usare l’arma atomica, che poi a sua volta l’Occidente avrebbe tutta la possibilità di usare, e ben più efficacemente, contro di lui.
Per questo non ha molto senso chiedere di trattare. Perché equivale ad arrendersi al male. Oltretutto dire che le guerre si sono sempre concluse con trattative, è qualcosa di storicamente falso: la Prima e la Seconda guerra mondiale non si sono concluse con trattative, ma con la capitolazione di una parte. Per trattare occorre che il “nemico” abbia a) un minimo di affidabilità e si ponga degli b) obbiettivi chiari e circoscritti. Cose entrambe che non si vedono nell’attuale oligarchia dello Stato aggressore. Il giorno prima dell’invasione avevano detto che non avrebbero invaso, poi si è visto come non lo hanno invaso. E con quali obbiettivi ha invaso? Li ha forse detti e si è attenuto a quelli?
l’unica linea dignitosa
Al male non ci si deve arrendere. Lo si deve contrastare. Certo, anzitutto con mezzi spirituali (la preghiera e i sacrifici), poi economici (e qui l’Occidente ha perso un sacco di occasioni per “strangolare” l’aggressore senza sparare un colpo) ma poi anche militari.
Ma per fare adeguatamente questo occorrerebbe fare qualcosa che i governi occidentali non si sono ancora decisi a fare: parlare chiaro alla gente. Spiegare come stanno le cose e quali pericoli corriamo per la nostra libertà. Allora la gente potrebbe accettare dei sacrifici. E non ballare sul Titanic. Invece niente. Non una solo parola. Per non turbare la gente. Ma la gente ha il diritto di essere informata con la massima trasparenza possibile. Se il momento è drammatico, e oggi lo è, va affrontato come tale. E la prima cosa è dirlo.
Poi occorrerebbe fare ben altri sforzi per togliere all’asse delle autocrazie l’appoggio di paesi terzi. In particolare l’Occidente dovrebbe fare di tutto per isolare, diplomaticamente ed economicamente, il regime putiniano: perché il Brasile e il Sudafrica, perché l’India non vengono contattati, offrendo loro più di quanto gli possa offrire l’asse delle autocrazie? Se si fosse puntato di più sulla leva economica, si sarebbe potuto ottenere molto più di quanto finora si sia ottenuto (e con minori costi in vite umane). Ma per farlo bisognerebbe chiedere qualche sacrificio alla gente, per cui, ancora una volta, occorrerebbe parlare chiaro.
Putin non è invincibile. E Dio non sta col male. Quando l’Ucraina è stata aiutata ha saputo riconquistare dei territori e resistere a nuovi attacchi. Al punto che Prigožin ha osato ribellarsi a Putin. Poi ha esitato e si è rovinato con le sue stesse mani. Ma ha dimostrato che ribellarsi al tiranno è possibile. E questo è lo sviluppo auspicabile: che gli insuccessi economici e militari spingano gli stessi russi a disfarsi di Putin e dell’oligarchia che lo sostiene.
i motivi della posizione di papa Francesco
L’atteggiamento di papa Francesco verso l’invasione putiniana dell’Ucraina, nella misura in cui il papa sembrasse chiedere una resa all’aggressore, come è sembrato fare talora lascerebbe perplessi. Se fosse così, il suo sarebbe qualcosa di ben diverso dall’atteggiamento di un Paolo VI, che non chiese allo Stato di trattare con le BR (anche se era in gioco la vita del suo amico personale Aldo Moro, che poi infatti finì ucciso), ma chiese alle BR di liberare Aldo Moro “senza condizioni”. Così come sarebbe diverso da un Giovanni Paolo II che non disse allo Stato di trattare con la mafia, ma disse ai mafiosi “pentitevi, un giorno verrà il giudizio di Dio”. E’ sì vero che una potenza nucleare non è la stessa cosa delle Brigate Rosse, o della mafia. Ed è anche vero che la Chiesa ha spesso perseguito, nei confronti dei regimi comunisti dell’Est, persecutori della fede, una realpolitik. Ma una realpolitik che consigliasse la resa al male non sarebbe paragonabile a quella della Chiesa nel periodo antecedente il 1989, la Ostpolitik. Se non altro perché allora la situazione era in qualche modo cristallizzata e come stabilizzata (=non modificabile) e quindi si trattava di prenderne realisticamente atto. Oggi la situazione è fluida e in movimento, e non si sa che forma definitiva prenderà. Quindi rassegnarsi al male ha un po’ meno senso.
Quel che è certo è che il papa, quando parla dell’Ucraina, è sinceramente dispiaciuto delle sofferenze del popolo ucraino. Memorabile e ammirevolissimo è stato il suo gesto, nei primi giorni dell’invasione, di andare dall’ambasciatore russo a Roma e di inginocchiarsi ai suoi piedi, chiedendo la cessazione delle ostilità. Sincere appaiono le sue ripetute lacrime, sincero il suo accorato strazio. Come pure le sue intenzioni sono certamente ottime.
Ma questo non garantirebbe che il suo modo di applicare i principi generali, che la fede e la ragione ispirano, sia sorretto da un giudizio storico-contingente adeguato. Quando infatti un ecclesiastico, fosse pure il papa, pretende di giungere fino al dettaglio di che cosa dovrebbe essere fatto in politica, nella misura appunto in cui si scende dal piano dei grandi principi al piano della loro applicazione dettagliata, egli non gode più della stessa infallibilità di cui gode quando parla di fede e di dogmi. Del resto un papa come Giovanni Paolo II non era certo arrendevole verso il male politico. Quando in Polonia ci fu il movimento di Solidarnosc, ad esempio, non pare abbia consigliato particolare prudenza, pur sapendo perfettamente che si correvano dei rischi sfidando la Russia sovietica.
Una certa ambivalenza nella posizione di papa Francesco nei confronti di quel male politico che è l’invasione putiniana dell’Ucraina pone comunque un delicato problema interpretativo. Si possono cercare diverse motivazioni di essa. E’ possibile che non il Sommo Pontefice Francesco, nelle sue dichiarazioni ufficiali, ma l’uomo Mario Bergoglio abbia delle convinzioni che potrebbero flettere la sua valutazione in un senso opinabile. Non sarebbe la prima volta che un Sommo Pontefice compie delle valutazioni relative all’ambito profano che si rivelano opinabili, o anche proprio sbagliate: basti pensare ai tanti papi che nel Medioevo hanno sposato la causa di una parte politica particolare contro un’altra. O basti pensare, in tempi più recenti, alle oscillazioni di papa Pio IX su questioni politiche, lui che prima lascia partire soldati dai territori pontifici contro l’Austria, nel 1848, e poco tempo dopo compie una sterzata spettacolare, dicendo che lui è padre di tutti, anche degli austriaci. O basti pensare alla condanna pontificia della democrazia e delle libertà civili, contenuta nel Sillabo. E smentita poi da successivi documenti ecclesiastici (in particolare col Vaticano II). E di esempi se ne potrebbero fare altri: ma il punto è quanto sopra detto, che non è assicurata a un Sommo Pontefice che prende posizione su problemi politici la stessa infallibilità di cui gode quando definisce solennemente un dogma. Questo non deve scandalizzare, perché si radica nell’essenza del Cristianesimo: se bastasse la fede a gestire la politica, Gesù avrebbe accettato di diventare ”Re di questo mondo”, e il potere politico avrebbe dovuto essere affidato al clero. Come invece non è mai né accaduto, né seriamente teorizzato (Bernanos, nel Diario di un curato di campagna fa dire qualcosa del genere al curato di Torcy, ma in senso evidentemente paradossale). Vediamo allora che cosa potrebbe condizionare la posizione dell’attuale pontefice.
- Anzitutto c’è la sua formazione gesuitica, che può scivolare da una accettazione dell’esistente, a un accomodamento all’esistente. I gesuiti hanno, nella loro storia, conosciuto entrambe queste varianti: la variante buona, della valorizzazione dell’esistente, ad esempio in varie missioni nell’epoca moderna (in Cina, Giappone, India, in America del Sud); ma è esistita anche la sua degenerazione in adattamento all’esistente, come con la casuistica, tanto deprecata da Pascal (che, certo, esagerava nel senso opposto, rigoristico), e che portava a legittimare comportamenti oggettivamente non buoni.
- Si può poi supporre che gli “esperti” di cui in Vaticano si fida papa Francesco riguardo alla questione guerra, non siano esattamente quelli meglio disposti a formarsi e a fornirgli il giudizio più realistico.
- Poi c’è il suo essere argentino e “progressista”, che lo potrebbe portare a diffidare di (tutto) ciò che è statunitense (come pure inglese, vedi le Malvinas), e l’Ucraina è aiutata, in primis, proprio da USA e Inghilterra.
- Potrebbe forse anche pesare il fatto che Putin sia alleato della Cina comunista, e verso la Cina comunista il Vaticano, sotto papa Francesco, ha manifestato sentimenti tutt’altro che ostili. Qualche prelato vaticano si è persino spinto a dire che la Cina comunista sarebbe un esempio di “dottrina sociale cristiana applicata”.
- E infine c’è un elemento da non sottovalutare: papa Francesco non ama particolarmente i fenomeni carismatici, i fenomeni in cui il Mistero si manifesterebbe in modo più intenso che altrove: ad esempio la sua stima per i movimenti ecclesiali è decisamente inferiore a quella nutrita dai suoi due immediati predecessori, che con i movimenti avevano un rapporto di totale e convinta cordialità. Analogamente, ecco un punto importante, papa Bergoglio non manifesta particolare stima per le apparizioni mariane, in particolare il suo giudizio su Medjugorje appare ben più diffidente di quello dei suoi immediati predecessori (si ricorderà la sua battuta sulla Madonna “ufficio postale”). Questo potrebbe portarlo a pensare a oltranza in termini di esclusiva ordinarietà, come se lo straordinario fosse (quasi) impossibile. Tanto lo straordinario positivo (i fenomeni carismatici) quanto lo straordinario negativo (gli eventi preconizzati dai messaggi di Medjugorje, i 10 segreti) non sembrano familiari al suo orizzonte mentale, prevalentemente concentrato sull’ordinario.
C’è tuttavia un’altra possibile interpretazione: ammesso e non concesso che l’uomo Mario Bergoglio fletta nel senso appena ipotizzato, resterebbe che le parole del Sommo Pontefice Francesco possono essere interpretate in un modo pienamente condivisibile: ossia, così come stanno le cose l’Ucraina sarà costretta alla resa, e quindi farebbe bene ad arrendersi.
Ma, appunto, come stanno le cose attualmente è davvero l’unico modo in cui le cose potrebbero stare?
Non è che il papa potrebbe voler suggerire – o non è che comunque nella oggettività delle sue parole sia suggerito – esattamente il contrario di quello che immediatamente verrebbe da attribuirgli? Ossia, come minimo: «se volete aiutare l’Ucraina, allora aiutatela davvero. Non col contagocce. Perché nel modo con cui l’avete aiutata finora (che non è l’unico possibile) voi la costringete ad arrendersi.»
conclusione
Che cosa sta accadendo al mondo, con la guerra di Putin? Una delle tante guerrettine regionali, la classica litigata tra vicini, destinata a finire a tarallucci e vino? Molti si illudono che sia così e che ci si possa mettere presto una bella pietra sopra. Siamo troppo abituati a pensare che l’ordinarietà abbia trionfato sulla straordinarietà (sia buona che cattiva). Siamo viziati.
Ma se le apparizioni di Medjugorje sono vere, ci sarà pure una ragione per cui la Madre di Dio appare da più di trent’anni. E quale altra ragione, se non quella di avvisarci del pericolo, non solo spirituale, ma anche umano, terreno, che corriamo per la nostra ribellione al Mistero? Un pericolo che ora sta materializzandosi. Ma che non vedrà il trionfo del male. Perché in ultima analisi la storia è nella mani del Creatore.
Anche l’Occidente dovrà comunque correggere molto del suo atteggiamento, ma è plausibile che almeno per qualche tempo la auspicabile sconfitta delle autocrazie garantirà un periodo di pace internazionale. Ferma restando, se il mondo continuerà a esistere, la ineliminabile possibilità che il libero arbitrio di ognuno possa continuare a scegliere tra il bene e il male.
A noi sta il dovere di chiamare le cose col loro nome. E di fare tutto il possibile, e nel modo migliore, perché il male non vinca.