Esiste l’istitività?

Giacomo Contri, applicando una certa impostazione freudiana – quella per cui capita di autoingannarci, attribuendo a qualcosa di esterno o di automatico ciò che invece dipende da noi stessi, e di cui non siamo/non vogliamo essere consapevoli – sosteneva che non esiste istintività: nel senso che ciò che noi facciamo lo facciamo in base a un certo giudizio, o meglio a un certo pensiero. E non perché trascinati di peso da una forza incontrollabile. In questo tesi c’è del vero, ma c’è anche una certa possibile unilateralità.

il pensiero può guidare

È vero cioè, da un lato, che noi spesso e volentieri ci autoilludiamo di essere trascinati da qualcosa di incontrollabile e irresistibile. Il che svolge, anzitutto, una indubbia funzione autoassolutoria e deresponsabilizzante. Ed è altrettanto indubbio che l’interpretazione che noi diamo della realtà gioca un ruolo importantissimo nel determinare le nostre stesse reazioni emotive. Ad esempio l’ira è una passione trascinante? Solo fino a un certo punto, perché dipende, ad esempio, dalla interpretazione che diamo del gesto dell’altro. L’amore per una certa persona è trascinante (“al cuor non si comanda”)? Fino a un certo punto (Contri parlava della teoria dell’amore), perché dipende in modo determinante dalla valutazione che diamo dell’altra persona: le caratteristiche fisiche della quale sono ben lungi dal determinarne una magnetica irresisitibilità. La tristezza mi si impone irresistibilmente? Fino a un certo punto: molto dipende dalla interpretazione che io do (che in qualche modo decido di dare) sia della realtà in generale, sia di quella situazione particolare che può generare tristezza. E così via. Insomma, nessuno può dire “sono trascinato dalle mie passioni”. Interpretazioni e valutazioni infatti sono pertinenza del pensiero, che è in nostro potere gestire. Anche perché le interpretazioni e valutazioni più particolari dipendono da interpretazioni e valutazioni più generali, e in ultima analisi dalla cornice interpretativa più generale da noi adottata, che è incontestabilmente qualcosa di deciso da noi e non di imposto da qualcosa di estraneo.

ma non creare “gli istinti”

Questo però non dovrebbe spingersi fino ad abbracciare il pensiero di Spinoza per il quale le “passioni” sarebbero esaurientemente risolvibili nel pensiero. Al punto che egli proponeva come ideale il “nec ridere, nec lugere, neque detestari, sed intelligere” (ossia “né ridere, né piangere, né odiare, ma comprendere/capire/rendersi conto”), un ideale di “spassionatezza”.
Le realtà infatti è che esistono delle passioni, potremmo anche dire degli istinti: sono quelli da cui gli animali sono guidati in modo esclusivo, mentre nell’uomo essi si integrano nel pensiero, che in qualche modo li può gestire, essendone sì condizionato, ma non determinato. L’uomo infatti è uno zoon loghikòn (Aristotele), un “animale razionale”, e in lui l’istinto è chiamato a collaborare con la ragione e a subordonarsi ad essa, che gli è superiore. Il pensiero, la consapevolezza razionale può in qualche modo gestire gli istinti e le passioni, senza peraltro mai poterli, come si illudeva Spinoza, estinguere. Anche perché essi svolgono una funzione positiva, essendo radicati nella dimensione fisica, nel corpo, che è una realtà buona, come buona è, in generale, la materia. Non vanno eliminate, o estinte (cosa del resto impossibile), ma vanno gestite.

il desiderio poi…

Ma soprattutto Contri avrebbe sbagliato se avesse negato in noi la presenza di una spinta che noi non solo non possiamo eliminare, ma nemmeno possiamo gestire: in noi qualcosa di inesorabilmente trascinante c’è. E’ il desiderio. Il desiderio di felicità piena e totale. Il desiderio non è in nostro potere: non possiamo accenderlo o spegnerlo a piacimento, ad arbitrio. E non è nemmeno qualcosa che derivi dalla nostra consapevolezza (come se desiderassimo tanto più, quanto più fossimo consapevoli dell’importanza del desiderio). Il desiderio c’è, ci piaccia o non ci piaccia.
E non sta a noi nemmeno scegliere che cosa lo possa compiere/saziare davvero. Cioè sta sì a noi decidere, finché dura la vita presente, in quale meta far consistere ciò da cui speriamo la felicità, ma non sta a noi decidere se la felicità stia davvero in ciò che abbiamo deciso noi. Possiamo infatti fare la scelta giusta o quella sbagliata, quella che ci dà o quella che non ci dà la felicità. Questo quindi configura in noi qualcosa di più forte di noi, qualcosa in qualche modo trascinante, necessitante.

una nostalgia inestirpabile

“He said, Marie,
Marie, hold on tight. And down we went.
In the mountains, there you feel free.”
(Mi disse, Marie
Marie, tieniti forte. E ci lanciammo giù.
Fra le montagne, là ci si sente liberi.)
(T.S.Eliot, The waste Land)

Torniamo però un momento alla motivazione per cui ci autoilludiamo di essere trascinati, dalle passioni, dall’istintività. Si è detto che il movente è una volontà autoassolutoria, deresponsabilizzante. Oltre a questa componente, ce ne potrebbe essere un’altra, ossia una sorta di segreta nostalgia per una vita vissuta non calcolando, cosa che implica un ultimo diaframma tra sé e la realtà, ma una vita che aderisca spontaneamente, entusiasticamente all’alterità (alla realtà e agli altri, almeno ad alcuni altri), che sperimenti l’unità non come qualcosa di freddamente calcolato e costruito. Qualcosa del genere era quello che Nietzsche chiamava dionisiaco, con la differenza che l’autenticità dell’umano non oppone dioniasiaco e apollineo: cioè la spontaneità quasi magica dell’adesione non freddamente calcolante non esclude una lucida ed equilibrata consapevolezza razionale. Si potrebbe dire, con S.Ambrogio, che si tratta di una sobria ebbrezza.

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Author: intellectualia