Spesso nelle cose umane si reagisce a un eccesso con l’eccesso opposto. Così è capitato che all’ingenua e rozzamente schematica idea di una meccanica unità dei cristiani (e dei ciellini) sulle questioni culturali e politiche (tutti devono pensare allo stesso modo) si è passati a una non meno rozzamente schematica idea che ognuno deve pensare a modo suo, come una monade leibinziana, senza porta e finestre. Senza la possibilità di confrontarsi su altro che non siano esperienze singolari.
Dall’idea, insomma, che si deve essere tutti d’accordo si è passati all’idea che si deve essere tutti in disaccordo, dimenticando che ci sarebbe una terza possibilità: che si può essere in disaccordo, ma si deve cercare il più possibile di capirsi e di raggiungere la massima convergenza possibile. Una convergenza cioè non forzata, che non passi sulla testa della reale convinzione dei singoli, ma che tenga conto che il confronto arricchisce (si pensi solo all’importanza della competenza, che non tutti possono avere su tutto e che rende sommamente auspicabile la massima collaboratività intersoggettiva) e non viola un presunto inviolabile e arcano sacrario interiore. Andare programmaticamente in ordine sparso rende irrilevante la presenza cristiana.