Il recente viaggio del papa, e la connessa richiesta di perdono ai nativi americani, ha provocato reazioni anche molto negative nell’area dell’ultraconservatorismo cattolico.
Non si tratta di una novità: nell’area dell’ultraconservatorismo il tema della richiesta di perdono per le passate “colpe della Chiesa” è da tempo un tema assolutamente e fortemente indigesto. Ho un ricordo personale di una reazione fortemente stizzita di un sacerdote, emblematico di tale area, che ad un convegno di insegnanti cristiani stroncò con vibrante energia l’intervento di un partecipante che gli chiedeva lumi sulla richiesta di perdono per le colpe della Chiesa fatta da Giovanni Paolo II. Ma un atteggiamento del genere lo si trova anche, ad esempio, in un Vittorio Messori, che mi pare sia un conservatore più moderato che estremista. Tuttavia anche lui coltiva un’idea di apologetica talmente unilaterale da non ammettere praticamente alcun errore storico della Chiesa. Questo non toglie che Messori dica spesso anche cose vere, ma con un tono talmente ideologico e fastidiosamente categorico da rendere controproducente quello che afferma.
È infatti giusto appurare con esattezza i fatti storici, e non c’è dubbio che da parte di una certa cultura ci sia stata e ci sia una propensione pregiudiziale a enfatizzare oltre misura gli “errori della Chiesa”. Tuttavia occorre evitare l’errore diametralmente opposto, di coltivare un atteggiamento mentale che considera pregiudizialmente insopportabile, scandalizzante, ammettere anche quegli errori che risultano incontestabilmente reali.
A me pare che ammettere “errori della Chiesa” risulta tanto più insopportabile, quanto più si ritiene che sarebbe insopportabilmente scandaloso, se tali errori si fossero davvero verificati. Ma, a ben guardare, a monte di quest’ultima idea sta una riduzione naturalistica della Chiesa, una sua riduzione a una realtà esclusivamente umana. Se è così, nella misura in cui si pensa, magari inconsciamente, che la Chiesa ha solo un fattore umano, e non anzitutto uno divino, soprannaturale, allora il valore della Chiesa si trova a poggiare sul fattore umano, cioè sulla volontà degli uomini che la compongono. Se si scopre quindi che tale volontà non è buona, come lo è quando si sbaglia, allora crolla tutto, è finita con la fede.
Questa riduzione naturalistica della Chiesa è la stessa per cui storicamente alcuni hanno sentito il bisogno di puntelli umani, di rassicuranti sicurezze umane: è questo che mi pare stia alla base del rifiuto, a suo tempo, dell’eliocentrismo (“per credere ho bisogno del puntello del geocentrismo”, “non potrei più credere se la terra non stesse al centro dell’universo”), così come, poi, dell’evoluzionismo (“per credere ho bisogno di pensare che il racconto della Genesi sia letteralmente vero: Adamo creato dal fango; e allora i dinosauri e le ere geologiche diventano invenzioni di un complotto anticristiano). Analogo discorso per la laicità dello Stato (“per credere ho bisogno che lo Stato imponga a tutti la fede, e renda reato tutto ciò che è peccato”). Si tratta sempre del bisogno di puntelli, di puntelli naturalistici, di stampelle naturalistiche. Come se la fede non poggiasse sulla Forza del Mistero, ma avesse bisogno della forza umana per sostenersi.
Un’altra considerazione riguarda il nesso tra cristianesimo – Occidente – “razza” bianca. Il cristianesimo è un avvenimento soprannaturale, l’Occidente è una civiltà storica, qualcosa di naturale, e a maggior ragione è meramente naturale la “razza” o etnia bianca.
Ora è vero che tra cristianesimo e Occidente non c’è totale separazione, perché molti valori occidentali hanno la loro origine proprio nel cristianesimo, come l’idea di eguaglianza e di dignità infinita della persona, o come una certa idea di libertà. E tra l’altro tali valori che l’Occidente ha assimilato dal cristianesimo sono perciò stesso valori universali. Tuttavia, d’altro lato, l’Occidente, anche in età medioevale, è ben lungi dall’essere l’unica e la perfetta incarnazione (profana) del cristianesimo e dei suoi valori. Quindi una certa distanza critica dall’Occidente (come del resto da qualsiasi civiltà) i cristiani la devono sempre tenere: non possono identificare la realtà politica, economica, culturale dell’Occidente con il cristianesimo. Non lo potevano, ripeto, nemmeno nel Medioevo, che pure fu una civiltà fortemente permeata dalla fede; a maggior ragione non lo possono oggi, per via di una secolarizzazione piuttosto spinta che caratterizza le società occidentali e per via della presenza, in esse, di forti comunità religiose non-cristiane.
Questa distanza critica non è sempre stata adeguatamente rispettata, e ne è un esempio il caso della “scuole residenziali” canadesi, in cui religiosi, anche cattolici, accettavano di porsi al servizio di un progetto statale di forzata occidentalizzazione dei minori, strappati alle loro famiglie.
Peraltro rimane il fatto che l’Occidente ha, nei confronti di valori umani che sono davvero universali, un rispetto e una stima che non si trova in altre civiltà. Pensiamo alla democrazia: nessuno Stato, nemmeno in Occidente, è perfettamente (al 100%) democratico. Ma c’è una bella differenza tra l’essere democratici al 90% e l’esserlo al 10%, o al 5%, e tenere la popolazione all’oscuro di quanto davvero accade, negandole il diritto di sapere e di decidere. Come accade, in misura maggiore o minore, in non pochi paesi non-occidentali.
Quindi è giusto che l’Occidente non abbia atteggiamenti autodenigratori, sia pur riconoscendo il più possibile i propri torti, nella misura in cui essi sono reali, e cercando quindi di emendarsene.
Altra cosa però è la questione razziale. Qui bisogna essere molto chiari nel non confondere Occidente e “razza” bianca. Se l’Occidente ha raggiunto vette, in ambito scientifico, culturale, tecnologico o politico, superiori a quelle raggiunte da altre civiltà, non è per merito della “razza” bianca, non è causa di qualche fattore biologico, o genetico, ma essenzialmente per merito della cultura fiorita in Grecia e Roma prima e poi col cristianesimo, del tutto indipendentemente dalla “razza” (concetto peraltro su cui è facilissimo equivocarsi). Per questo coltivare pregiudizi razziali è contrario alla verità, oltre che alla fede, per la quale siamo tutti, allo stesso modo, figli dello stesso Padre.
Ma, si dirà, non si danno forse eccessi di politically correct per cui persone appartenenti a etnie un tempo oppresse oggi godono di veri e propri privilegi? Penso al Sudafrica, dove una persona di pelle nera ha una priorità sui bianchi nelle liste di collocamento al lavoro, ma anche a certe zone degli Stati Uniti, come la costa pacifica, dove alcuni reati, tipicamente commessi da persone di colore, come furti inferiori a una certa entità, sono stati depenalizzati. In un certo senso si può convenire che esista effettivamente il rischio di eccedere in provvedimenti che compensino la passata oppressione con una sorta di “razzismo alla rovescia”, ma non è il caso di stracciarsene troppo le vesti. Anche perché atteggiamenti discriminatori, ad esempio in alcuni elementi delle forze dell’ordine statunitensi, sono duri a morire. Il movimento Black lives matters è certamente andato oltre il giusto, prendendosela con qualsiasi simbolo della colonizzazione (“bianca” o occidentale?). Tuttavia le uccisioni di afroamericani da parte della polizia sono purtroppo eventi non rari e che dicono di una mentalità non ancora maturata al concetto di fratellanza universale.
Per uscirne non bastano provvedimenti legislativi: occorre che accadano incontri umani, caratterizzati da autenticità umana, il più possibile tra tutti.