Colpisce che Searle, nelle sue discussioni, ad esempio con Dennett e con Chalmers, per esemplificare l’inevitabilità del ricorso alla coscienza si riferisca all’esperienza del dolore (suggerendo di pizzicarsi un braccio).
Come se, per essere certo di avere una coscienza, di essere cosciente, dovessi provare dolore. Non vogliamo negare che provare dolore sia un esempio di esperienza cosciente. Solo che non ci pare l’esempio più importante, non il più imponente.
La coscienza infatti ci accompagna sempre e si tratta di una evidenza, tra le più incontestabili.
Searle è vittima di un riduzionismo … analiticista, se così si può dire: come a molti filosofi analitici gli sfuggono delle evidenze sintetiche (ad esempio appunto l’evidenza della continuità della coscienza, almeno nei periodi di veglia).