Trump, Groenlandia e dintorni

Un autoritarismo decisionistico giustificato?

Non è facile giudicare un personaggio così bizzarro come Donald Trump, così fuori dagli schemi. Diciamo che è possibile che alcune sue scelte appaiono peggiori di quanto non siano in realtà, perlomeno siano interpretabili anche in chiave positiva.
Mi viene fatto notare da un mio amico che è un maggiore estimatore di Trump di quanto non lo sia io, che ad esempio la scelta di bloccare l’afflusso di petrolio dal Venezuela verso la Russia e in parte anche alla Cina è una scelta che costituisce un danno effettivo all’asse delle dittature. Come anche le sue pretese verso la Groenlandia potrebbero essere interpretate anche come una consapevolezza della minaccia russo-cinese.

D’altra parte però, entrambe queste scelte (come altre simili) appaiono interpretabili anche in base a un logica di egoismo iperidentitario, nel senso che la Groenlandia può essere utile non solo dal punto di vista militare ma anche dal punto di vista economico, e quest’ultimo punto di vista può non centrare niente con il fatto che ci sia da affrontare il pericolo russo-cinese. Analogamente per quanto riguarda il Venezuela: la defenestrazione di Maduro e gli ostacoli all’esportazione di petrolio verso la Russia e la Cina possono anche essere visti come qualcosa di funzionale all’interesse egoistico immediato degli Stati Uniti, al loro potere. Quindi, analizzando i casi particolari dell’azione di Trump permane una ambiguità.

Sarà anche anche vero che, come sostiene questo mio amico, dobbiamo guardare non tanto a quello che Trump dice, perché appunto è fuori discussione che Trump sia imprevedibilmente pirotecnico nelle sue esternazioni verbali, a cui forse si aggiunge anche una componente di decadimento cognitivo, ma dobbiamo guardare a quello che fa. E da questo punto di vista, sempre secondo questo mio amico, Trump fa molto di più di quanto facciano certe leader europei che a parole sostengono l’Ucraina, ma nei fatti appaiono molto distanti da queste loro dichiarate intenzioni.

Però, guardando complessivamente l’operato di Trump, mi verrebbe da dire che da una parte se Trump è consapevole che ci troviamo davanti a una minaccia da parte dell’asse delle dittature e quindi rivendica per sé dei poteri in qualche modo straordinari, una concentrazione di potere in qualche modo straordinaria, questo non è del tutto illogico e incomprensibile, perché sempre quando c’è una guerra o quando si è in prossimità di una guerra, il potere esecutivo si è trovato ad essere, anche nelle democrazie, rafforzato rispetto al potere legislativo e ai normali poteri di controllo che bilanciano il potere esecutivo.
Quindi una qualche forma di autoritarismo, una qualche forma di concentrazione del potere, può avere un suo senso; però a me sembra che questo non possa andare disgiunto da una disponibilità al confronto, al massimo confronto possibile e all’esposizione di ragioni, cosa che Trump non sta facendo, o almeno non sta facendo adeguatamente.
E poi c’è un altro punto veramente molto debole: tutto lascia intendere che Trump non consideri rilevanti dei parametri di giustizia metastorica, tutto infatti per lui ruota attorno all’immediato (non nel senso di un fattore esclusivamente, e magari nemmeno prevalentemente, economico). Per cui se l’Ucraina è debole bisogna lasciarla al suo destino, bisogna lasciare che il forte si prenda quello che vuole prendersi, quindi se uno Stato aggredisce un altro Stato più debole, ha il diritto di prendersi quello che riesce a prendersi. Insomma, Trump non sembra considerare minimamente un’idea di giustizia, di diritto internazionale, non è un caso che lui abbia una disinvoltura estrema nel considerare suo diritto prendersi tutto quello che vuole prendersi, nel più puro stile schmittiano. E tutto lascia supporre che non sia una temporanea sospensione di regole, magari affermate in modo paranoico o ipocrita da certe élites politically correct, ma sia qualcosa di strutturale in lui. In Trump pare sia strutturalmente assente il riferimento a dei parametri metastorici, a dei parametri assoluti, al diritto. Tutto lascia credere che per lui l’unica cosa che conta sia la forza, una misurabilità immediata.
Se fosse così, sarebbe un grosso limite, perché una cosa è un certo rafforzamento del potere esecutivo e un certo piglio decisionistico, il che sarebbe ancora comprensibile per affrontare la minaccia russo-cinese; ma se si dimentica la necessità di concordare più possibile l’azione con gli alleati e di rifarsi a dei punti di riferimento pubblicamente condivisibili, universalmente condivisibili e metastorici, a questo punto siamo davvero di fronte a una concezione cinica del potere, a una concezione che a questo punto si fatica a distinguere da quella dei dittatori. E a questo punto io comincio ad avere dei seri dubbi se davvero Trump sia capace e intenzionato ad opporsi a che il mondo si trasformi in una giungla dove i più forti schiacciano i più deboli.
Spero di sbagliarmi, però tutto mi lascia temere che possa esserci questo tipo di china, questo tipo di piega che gli avvenimenti stanno prendendo.

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Author: intellectualia