L’espressione ” ira” di Dio si trova nell’Antico Testamento (non, mi risulta, nel Nuovo), ed è stata spesso usata, specie nel periodo tridentino. Una espressione legata al fatto che il peccato (umano) “offende” Dio, e quindi Dio “si arrabbia”.
Una preghiera preconciliare diceva appunto “Deus, qui culpa offenderis, poenitentia placaris …” (“o Dio che sei offeso dalla colpa, e placato dalla penitenza”).
Ma si tratta di un modo di esprimersi ampiamente antropomorfico, un modo che poteva avere un senso pedagogico nel contesto veterotestamentario, ma non rispecchia la realtà del Mistero quale l’ha rivelata Gesù Cristo.
Non è che Dio si offenda, quasi fosse permaloso, se gli disobbediamo. Il punto è Egli ci vuol bene e soffre per il fatto che, disobbedendogli, non Gli, ma ci facciamo male. Dio soffre (in Croce) per noi, di un dolore totalmente determinato dalla nostra rovina (non perché facciamo un danno a Lui, ma perché facciamo un danno a noi stessi), perché ci vuole bene. Ci vuole infinitamente bene. Infinitamente di più di quanto noi ne vogliamo a noi stessi.
Anzi, per l’esattezza noi normalmente noi non ci vogliamo affatto bene: il peccato è una forma di odio per noi stessi, di autodistruzione. Lo ricordava il protagonista del Diario di un curato di campagna: “odiarsi è più facile di quanto si creda” (è tra le ultime parole del protagonista del romanzo). Ma se anche non ci fosse stato il peccato originale noi potremmo amarci (di un amore naturale) solo limitatamente, mentre il nostro Creatore ci ama infinitamente, illimitatamente. Al punto da lasciarsi crocifiggere per dimostrarci quanto tenga a noi, alla nostra salvezza.
L’ira di Dio allora esprime il fatto che se uno non aderisce all’Altro, aderendo alla verità di sé, si fa male. Perché non si realizza. Non è Dio che si arrabbia, e fa qualcosa che potrebbe non fare: è nella natura delle cose (è implicato nel principio di non contraddizione) che se uno si distrugge, soffre. E tale sofferenza ha valore pedagogico: serve a rimettersi in carreggiata. Esattamente come il dolore che sento mettendo una mano sul fuoco mi aiuta a togliere la mano dal fuoco e a non bruciarmi del tutto la mano.