Alcune riflessioni frammentarie e rivedibili sulla riforma Nordio.
1) A livello di metodo: non è stato seguito il metodo giusto per fare una riforma della Costituzione. Questa non è una legge ordinaria, ma una modifica della Costituzione: una cosa ben più impegnativa e incisiva di una legge ordinaria. E siccome la Costituzione contiene le regole supreme di quella casa comune che è lo Stato, sarebbe sommamente auspicabile che, così come la Costituzione è nata dal dialogo e dal compromesso tra tutte le parti che avevano combattuto il fascismo (dai liberali ai comunisti), anche le modifiche ad essa coinvolgano il più ampio fronte di forze e di sensibilità politiche possibile. Così non è stato: non solo Nordio non ha cercato il dialogo con le opposizioni, ma ha blindato il suo testo di riforma anche rispetto a possibili apporti della sua stessa maggioranza: prendere o lasciare.
Qui è stato portato all’estremo un difetto metodologico piuttosto serio, e che da tempo affligge la politica (non solo italiana): la mancata distinzione di ruoli tra governo e parlamento. Perché, se ha ancora senso la distinzione tra potere legislativo e potere esecutivo, elaborare le leggi non è competenza di un governo, ma del Parlamento. E ciò vale a maggior ragione se non di legge ordinaria si tratta, ma di riforma della Costituzione, che richiede la più attenta e condivisa riflessione. Invece, ancora una volta il Parlamento finisce col diventare un organo inutile, fatto da gente che può solo votare come comanda il governo.
2) A livello contenutistico. L’esigenza di una giustizia giusta è buona. Ma siamo sicuri che l’accusa di sottomettere la magistratura requirente al potere politico sia così falsa? E se così fosse sarebbe garanzia di una giustizia giusta per i cittadini? O non sarebbe piuttosto una giustizia riguardosa per i politici (al governo in quel periodo)?
giustizia / politica nella recente storia italiana
Vediamo anzitutto un minimo di contesto storico sul rapporto giustizia/politica in Italia.
E’ vero anzitutto che in passato una parte della magistratura ha avuto un ruolo politico assolutamente improprio: con il ciclone Tangentopoli / Mani Pulite una azione giudiziaria ha non solo messo fine alla carriera politica di un singolo personaggio, non solo ha dato un suo contributo alla fine politica di certi partiti (quelli al governo nella Prima Repubblica), ma ha dato un suo potente contributo nientedimeno che alla fine di un intero sistema politico, alla fine della cosiddetta Prima Repubblica. Non è poco. E non è affatto fisiologico: si è trattato di un patologico sconfinamento del potere giudiziario in campo politico.
E’ anche vero che se l’azione giudiziaria ha potuto avere tale straordinariamente profondo effetto è anche grazie alla concomitanza di altri fattori, come la fine del comunismo e la conseguente “libera uscita” di chi aveva per decenni votato obtorto collo (“turandosi il naso”, per dirla con Indro Montanelli) per la DC e i suoi alleati, e ora poteva finalmente votare per chi davvero voleva. E qui appunto abbiamo al Nord l’exploit della Lega Nord, esso pure potente concausa del crollo della Prima Repubblica. E poi c’è tutto il baillamme mass-mediatico che creò attorno ai leader indagati della Prima Repubblica un’aura di indignazione e di furore popolare.
Non si può negare però che quella parte di magistratura impegnata a passare al setaccio la classe politica della Prima Repubblica, ci mise del suo nella creazione di un clima isterico e da caccia alle streghe:
- con la violazione sistematica del segreto d’ufficio, per cui gli avvisi di garanzia arrivavano prima ai mezzi di informazione che all’Interessato.
- e con un uso della carcerazione preventiva al di fuori delle tre sue condizioni previste dalla legge (pericolo di fuga, di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove)
Tuttavia negli anni che seguirono quelli più “ruggenti” di Mani Pulite, allorché iniziò la Seconda Repubblica e con la discesa in campo di Berlusconi, gli avvisi di garanzia e l’avvio di indagini si rivelarono un’arma ormai spuntata, una pistola scarica. La gran parte degli elettori di centro-destra infatti risultò ormai più che vaccinata al possibile uso politico dell’azione giudiziaria, e gli avvisi di garanzia per Berlusconi (o per altri) non sortirono più alcun effetto elettorale degno di rilievo.
Quindi da tempo il problema della giustizia politicizzata non ha più la gravità che aveva agli inizi degli anni ’90. Non ci sono più, da tempo, politici messi in crisi da indagini giudiziarie. Semmai la politicizzazione di una parte della magistratura può esprimersi non nelle indagini su nemici politici, non nel (cercare di far) condannare dei nemici (innocenti), ma nel (cerca di far) assolvere degli amici (magari colpevoli), ossia ”i più deboli”, extracomunitari, zingari e altri soggetti ritenuti deboli.
simmetria accusa / difesa
Ma il punto concettualmente più importante importante è il passaggio alla massima simmetria tra accusa e difesa. La difesa, come si dovrebbe sapere, è costitutivamente parziale: l’obiettivo legittimo di un avvocato è di far assolvere il proprio assistito. O almeno di ottenergli il massimo sconto di pena possibile. Che ciò sia o non sia fondato su fatti. Che ciò risponda o meno alla verità. Che il suo assistito sia o non sia innocente. Una difesa che riesca ad ottenere la assoluzione di un colpevole non commetterebbe un reato. Farebbe il suo mestiere.
Ma se l’accusa deve essere posta sullo stesso piano della difesa, allora che cosa vieterebbe all’accusa di essere, come lo è la difesa, parziale? Si passerebbe così da un sistema in cui il PM (la magistratura requirente) ha il dovere di essere imparziale (che poi lo sia di fatto è un altro paio di maniche), a un sistema in cui il PM avrebbe il diritto di essere parziale. Un po’ come negli USA. Dove il PM fa carriera facendo condannare più gente possibile (siano colpevoli o innocenti).
Sono due diverse concezioni, che possono avere una loro logica. In una concezione si suppone che lo Stato sia inevitabilmente parziale . Nell’altra si ipotizza la possibilità che lo Stato sia imparziale, per quanto imperfettamente e come ideale verso cui tendere (asintoticamente).
Certo, de facto, gli esseri umani non sono mai perfetti, e quindi non sono mai perfettamente imparziali. Ma un funzionario dello Stato dovrebbe, de iure, cercare la massima imparzialità. E la neutralità è, almeno asintoticamente, almeno tendenzialmente, possibile e perseguibile.
Anche perché, se il principio che passa è che l’accusa possa essere parziale, allora perché affidarla (ancora) a un funzionario dello Stato (lo Stato ha il dovere della terzietà, della imparzialità)? Perché, andando fino alle estreme conseguenza della nuova logica, non affidare l’accusa a qualsiasi cittadino voglia costituirsi accusa verso un altro? Perché, insomma non privatizzare l’accusa? Solo che allora, in uno scenario che rimane tuttora puramente fantasioso e distopico, si avrebbe un netto vantaggio dei più ricchi, in grado di svolgere delle indagini pagando investigatori privati, mentre quanto più uno è povero sarebbe impossibilitato a raccogliere materiale probatorio. Anzi, volendo andare ancora più a fondo nella logica che dispera della possibile neutralità delle istituzioni, tanto varrebbe abolire del tutto il potere giudiziario. E lasciare che i cittadini si facciano giustizia con le loro stesse mani.
Non sarebbe (stato) meglio agire su altri fronti? Ad esempio, anzitutto una commissione parlamentare di inchiesta sui abusi, soprattutto dolosi, di una parte della magistratura. Oppure il rafforzamento del potere del GIP.