Trump e papa Leone (2a puntata)

L’insolito e surreale protrarsi del “duello a distanza” tra Trump e papa Leone XIV mi spinge a tornare su questo tema, già trattato in precedenza. Ho il sospetto che Trump continui ad attaccare il papa per scaricare su di lui la responsabilità di aver interrotto sul più bello un’azione che sarebbe altrimenti stata coronata da successo.

La verità è che Trump ha dovuto interrompere il suo attacco al regime iraniano perché le cose stavano andando male, stavano andando diversamente da come lui le aveva previste: dopo più di un mese di attacchi, costosissimi per le finanze americane oltre che per l’economia del pianeta, il regime era più saldo che mai, e semmai era in grado di ricattare l’America e il mondo con una sfacciataggine inaudita.

Fa comodo perciò a Trump poter dare invece la colpa del suo (almeno temporaneo) fallimento al papa, accreditando questa “narrazione” del papa che fa politica impedendogli di vincere e di fare così giustizia.

Partiamo allora da quanto ha detto il 6 maggio papa Leone, rispetto a tali “accuse” trumpiane:

«Se qualcuno vuole criticarmi perché annuncio il Vangelo, che lo faccia con la verità. La Chiesa da anni ha parlato contro tutte le armi nucleari, quindi lì non c’è nessun dubbio».

Con queste parole il papa ha chiarito:

  • che lui non fa politica, ma «annuncia il Vangelo», si pone cioè su un altro piano da quello di Trump, non dà indicazioni dettagliate su ciò che i politici dovrebbero o non dovrebbero fare. La Chiesa non è un partito politico, un’agenzia politica. Non fa politica in senso stretto. Da indicazioni di carattere generale. Che spetterà poi ai politici che vogliano osservare il suo magistero declinare e applicare nelle circostanze specifiche dove operano.
  • che lui non pretende di non essere criticato, non contesta il fatto che ci sia qualcuno che lo «vuole criticare», non si straccia le vesti che qualcuno contesti le sue affermazioni. Anche questo è un punto importante, perché la narrazione trumpiana gli attribuisce invece il potere “di legare e di sciogliere” le cose “di Cesare”, gli attribuisce una pretesa di infallibilità nelle “cose di Cesare”.
  • che le tesi che Trump gli attribuisce non corrispondono alla verità: chi vuole criticarlo, lo faccia pure, ma «con verità», non attribuendogli l’intenzione di salvare un regime sanguinario che sta procedendo a costruirsi la bomba atomica. In questo è implicito che il papa potrebbe non contestare l’idea di disarmare, e magari anche di rovesciare un regime illegittimo, ma eventualmente solo il modo con cui Trump lo stava facendo («distruggerò un’intera civiltà»). Su questo il papa si riserva il diritto di non esprimersi in modo esplicito. In piena continuità con la linea dei precedenti sommi pontefici.
  • Anzi, ribadendo che la Chiesa è sempre stata contro la fabbricazione di bombe atomiche, il papa lascia aperta la possibile interpretazione che egli non è, in linea di principio, contro un intervento che impedisca al regime iraniano di dotarsi di bombe atomiche. Semmai il problema è, chioso io, come questo venga fatto.

Purtroppo però tali parole del papa, molto garbate e implicite, rischiano di non essere intese in tutto il loro senso, in un mondo dove tutti urlano, in un mondo dove la comunicazione, per essere intesa, va fatta “a caratteri cubitali” e non con il garbo e la cautela tipiche della diplomazia vaticana.

Il che non è senza danni: non è impossibile che l’etichetta di filo-iraniano che Trump sta appiccicando al papa c’entri qualcosa con le recenti profanazioni a simboli cristiani fatte da soldati israeliani, o con certi attacchi di coloni israeliani contro comunità cristiane.

In questo senso forse non sarebbe male se la Santa Sede attivasse un buon comunicatore che espliciti, meglio di quanto può fare il Santo Padre, il pensiero di quest’ultimo. Un nuovo Navarro-Valls, insomma, non sarebbe male.

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Author: Intellectualia

Autore dei siti del gruppo Cultura nuova

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