Che cosa succede nel Golfo? Davvero Trump (e Israele) concederanno che il regime iraniano si rafforzi rispetto a prima dell’intervento di fine febbraio? Proprio questo avverrebbe se, come si ipotizza, le sanzioni verranno ritirate, i beni del regime congelati gli verranno restituiti, lo stretto di Hormuz diventerà di fatto proprietà del regime iraniano, che lo potrà chiudere e aprire come vorrà. E tutto questo in cambio di che cosa? Delle solite promesse da marinaio sul nucleare?
Sono dunque impazziti, Trump e Netanyahu, che, partiti per rovesciare il regime iraniano, finiscono ora per accettarne uno spavaldo rafforzamento?
Oppure si tratta di una astuta ritirata strategica, che,
- mentre indebolisce economicamente l’Iran,
- consente ai paesi (arabi) del Golfo di dotarsi (magari con l’aiuto ucraino) di efficaci sistemi di difesa antiaerea,
- consente all’economia mondiale di tirare un respiro di almeno momentaneo sollievo,
- e consenta agli strateghi israelo-americani di mettere a punto, ammaestrati dall’esperienza della fallita spallata al regime, una più efficace modalità di colpire?
E magari Trump lascia che il regime iraniano si mostri in tutta la sua più spudorata spavalderia, per convincere una riluttante opinione pubblica americana che non c’è altra strada della spallata definitiva?
Solo il tempo potrà dirlo.
Di certo, se Trump potrebbe anche accontentarsi di una sconfitta, pateticamente ammantata da vittoria, Israele non può permettersi questo lusso. E quindi è almeno improbabile che le cose possa finire col rafforzamento del regime di Teheran. Anche perché, se già in questa seconda fase (dopo quella dell’estate 2025) il regime ha dimostrato di aver aumentato la sua capacità di resistenza, è molto difficile pensare che una eventuale “terza fase” possa vederlo più debole. Semmai si rafforzerebbe ulteriormente nella sua capacità di resistenza.