Tommaso: tutto o parte?

Tommaso d’Aquino è stato a lungo considerato il teologo e (con Aristotele) il filosofo, non un riferimento, ma il riferimento, non non una parte del tutto (filosofico-teologico cristiano), ma il tutto, che non può subire sostanziali cambiamenti, ma solo piccoli aggiustamenti, secondarie aggiunte; con lui la sapienza cristiana avrebbe raggiunto l’apice, e dopo di lui si può solo o accettarlo come un assoluto, o vagare nell’errore.

Parallelamente chi pensa questo pensa che col Medioevo l’umanità abbia toccato l’apice della civiltà e ciò che viene dopo non possa che decadere, se da esso in qualche modo si allontana. Di qui un atteggiamento che spesso sfocia in un antimodernismo pregiudiziale e arrabbiato.

Ora, che tale modo di pensare sia sbagliato lo si potrebbe dedurre anche a priori, dal fatto che la storia esiste e Dio è, pur nel rispetto della libertà creata, il Signore della storia, che dunque deve avere un senso. Non può esistere un tratto di storia, oltretutto lungo, privo di senso, e il senso non può essere che quello di capire sempre meglio la realtà. Per cui finché dura la storia c’è solo una cosa definitiva, la Rivelazione soprannaturale conclusasi con la stesura dell’ultimo libro della Sacra Scrittura, ma anche tale Rivelazione viene nella storia capita sempre meglio, così come nella storia, pur tra alti e bassi, si capisce sempre meglio la realtà nel suo insieme.

Non si tratta, si badi, di rifiutare Tommaso, ma di collocarlo dentro un contesto più grande, prendendo di lui ciò che serve e scartando ciò che non serve. Così come si può prendere da altri dottori della Chiesa. Cercando, con tentativi ironici, di avvicinarsi sempre più, per quanto asintoticamente, a una pienezza di visione sapienziale.

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Author: intellectualia