Gli ultraconservatori pretendono (di solito) di essere tomisti: in realtà sono (praticamente, nel senso di inconsapevolmente e involontariamente) kantiani. Infatti invece di ricavare l’universale dall’esperienza, lo impongono ad essa. Impongono all’esperienza uno schema a-priori. Infatti sono chiusi ad ogni possibile novità. Le categorie kantiane sono quelle, né aumentano né diminuiscono o cambiano: a-priori. La novità viene e può venire solo dall’esperienza.
Certo, occorre evitare anche una dissipazione empiristica in una esperienza non giudicata. E questo è tipico degli ultraprogressisti, che riducono indebitamente il nucleo di verità immutabili, che la ragione può riconoscere, a un quasi nulla. Come se tutto fosse mutevole.
Nel corso della storia e del tempo qualcosa cambia (il non-essenziale) e qualcosa resta (l’essenziale: «Passeranno il cielo e la terra, ma le Mie parole non passeranno»).
Ma ciò che resta, resta (come certezza per me) perché è continuamente confermato dall’esperienza, ri-verificato nell’esperienza, una componente della quale è l’intersoggettività, il comunicarsi con sincerità l’esperienza aiutandosi reciprocamente a giudicarla (come diceva già Platone: «la verità è opera di uomini che condividono la vita e discorrono con benevolenza», cioè cercando insieme la verità). Non si può mettere il dogma in frigorifero, in cassaforte, nella cassaforte di una ragione astorica e astratta, accartocciata nelle sue pallide e perciò facilmente violente pseudo-certezze.
E infatti un sintomo che uno non ha delle vere certezze è che cerca un puntello fuori di sé, nello Stato; pretende che lo Stato gli risparmi la fatica di una continua verifica personale, assicurandogli una confortevole sicurezza esteriore (che i valori siano quelli giusti).
Una sicurezza (esteriore e data una volta per tutte, senza impegno della libertà personale) come sostituto della certezza (alimentata dall’esperienza personale).
Poi non c’è dubbio che è preferibile che lo Stato sia giusto, e che si debba fare il possibile perché lo sia; ma non è necessario che lo sia perché io possa credere. Come dicevano i Padri del Deserto «non può avere pace un uomo che non ragioni come se al mondo esistessero solo lui e Dio» (che non significa solipsismo, ma percezione della reale esistenza del Mistero, che «ha fatto [e quindi regge] il cielo e la terra»).