Di fronte ai nuovi violenti attacchi al papa, per via della Fiducia supplicans, osserverei quanto segue:
1) da un punto di vista metodologico
Può il papa sbagliare?
Si. Lo può
- dal punto di vista etico-personale,
- come anche in scelte pratiche
- o anche (benché sia più difficile) in dichiarazioni non solenni.
Può il papa essere eretico?
No.
Nessun papa lo può essere, non può alterare la fede: questo lo dice la fede stessa. Basandosi sulle promesse di Cristo (Mt 16,13, Lc 32, Gv 21) e sul dogma della infallibilità pontificia (Concilio Vaticano I).
Ma anche la ragione conferma che
- storicamente nessun papa è mai stato eretico
- questo papa dice e scrive delle cose che dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio la sua fede, quando leggo o ascolto i suoi discorsi io mi sento confermato nella fede; come ha autorevolmente ricordato anche Rose il 15 ottobre («durante tutto il suo pontificato lei ha sempre parlato e parla di Cristo in un modo che coincide con la mia vita, e per questo che mi sento figlia sua.»).
Lo stesso card. Muller, che è aspramente critico verso papa Francesco è costretto a riconoscere che:
C’è mai stato un Papa eretico in passato e, se sì, come ha reagito la Chiesa? Cosa possiamo imparare da questi eventi storici?
Cardinale Müller: Nel corso dei secoli, il termine eresia è stato interpretato in modo più o meno ampio. Nel senso tecnico odierno di eresia formale, cioè la negazione diretta di una dottrina rivelata e definita dogmaticamente dalla Chiesa, non c’è stato un solo papa eretico (nemmeno come persona privata), nemmeno in retrospettiva storica. Il fatto che i vescovi romani nella successione di Pietro siano sempre rimasti fedeli alla fede apostolica e l’abbiano attivamente presentata a tutta la Chiesa è sia storicamente dimostrabile sia oggetto di fede cattolica e divina (Vaticano I, Pastor aeternus, IV capitolo).
Ne segue che un credente può sì esprimere perplessità o disagio su alcuni punti, ma non può attaccare il papa con toni aggressivi o sarcastici, o accusandolo di eresia.
2) da un punto di vista contenutistico
Non si pretende di fornire una spiegazione completa sulla questione, ma solo alcuni, frammentari e incompleti, solidi punti fermi.
La Fiducia supplicans non riguarda la fede: nessun dogma vi è in gioco. In senso vero e proprio non riguarda nemmeno la morale, sul cui insegnamento non viene apportata alcuna modifica (viene detto e ripetuto quello che il Magistero della Chiesa ha sempre detto riguardo ai punti essenziali della morale).
La questione riguarda un ambito molto più circoscritto: l’ambito di una prassi pastorale. Cioè il modo con cui la Chiesa può oggi porgere il contenuto di sempre. In un modo che sia al tempo stesso più evangelico e più adeguato/comprensibile alla mentalità dell’umanità attuale.
La Chiesa non ha il compito di dire: «prima raddrizzatevi la schiena e poi ne riparliamo». Ma «venite e vedete». Annuncia un Avvenimento singolare imprevedibile. Che non esige che l’uomo si metta prima in regola con una legge naturale universale. Fa compagnia all’uomo e gli trasmette per osmosi, senza impazienti ultimatum, il fascino per il Bene che si è fatto compagnia all’uomo. Se questo Avvenimento esiste, e se quindi esiste questo fascino, non c’è da temere che la Forza del Tu Infinito sia sopraffatta. Questa è la sfida, il rischio che vale la pena correre. Se invece tutto si riduce alla creatura finita che con le sue forze deve osservare una legge, allora non si è più in un orizzonte cristiano, ma kantiano. Triste.
Invece certi attacchi al papa sulla Fiducia supplicans sembrano muovere dall’idea che il compito essenziale della Chiesa sia mettere in guardia dal negativo (“strappare la zizzania”) piuttosto che annunciare un Positivo (“condividere e far crescere il buon grano”). Ovvero sembrano puntare tutto sull’etica (su quello che bisogna fare, anzi su quello che non bisogna fare), lasciando in ombra l’ontologia, l’Avvenimento imprevedibile che solo consente all’uomo di essere liberato dal male. In altri termini ancora fanno come se chi fa il male fosse un furbo, che invece va messo in riga, ponendogli degli ultimatum (o ti adegui al mio schema o ti caccio). Mentre chi fa il male si fa male, non è affatto un furbaccione da invidiare, ma un poveretto da aiutare. E l’aiuto decisivo non è mettere in guardia dal negativo proponendo una legge, ma testimoniare che un Positivo, imprevedibile, un Tu ci ha raggiunto e rende la vita più bella. Solo la delectatio victrix può vincere l’attrattiva del male. Non l’arcigna minaccia: devi obbedire alla legge perché devi.
Mi viene in mente quanto Vittadini disse di Giussani, che non aveva mai tentato di “sbucciarlo”, non aveva mai avuto pretese su di lui, ma gli era stato compagnia, condividendo la verità della sua umanità.
Analogamente il Giuss regalò dei libri di Marx al fratello di Franco Nembrini: a sentire gli attuali censori del papa avrebbe fatto male, gli avrebbe propinato del veleno (Marx), avrebbe accondisceso al male (leggere Marx). Invece gli ha fatto compagnia, con semplicità, a partire dalla sua realtà, dalla realtà effettiva dell’altro. Senza ultimatum, senza pretese astratte. Il papa ha sempre sostenuto, in questo senso, il primato della realtà sull’idea.
In particolare gli attacchi di alcuni sulla “velocità” del gesto dimostrano una straordinaria mancanza di empatia: è ovvio che la brevità di un gesto non lo potrebbe rendere da cattivo buono; può però contribuire a renderlo da più solenne (e quindi più facilmente scambiabile per un sacramento) a meno solenne (e quindi aiutando a capire che non di sacramento si tratta).