La Chiesa può certificare la ”variante migliore” di un carisma?

Giovanni Paolo II e Giussani

Un problema relativo a quanto accade nei movimenti ecclesiali dopo la morte del loro fondatore è se spetti alla Chiesa (all’autorità istituzionale della Chiesa) stabilire quale sia la corretta interpretazione di un carisma, quale sia, cioè, tra le sue eventuali diverse possibili interpretazioni, o varianti, quella più conforme allo spirito del fondatore (di quella realtà carismatica).

Non sembra che un compito come questo possa rientrare nelle prerogative di ciò che l’istituzione ecclesiastica può certificare. La gerarchia ecclesiastica, può infatti certificare se una certa idea è o meno ortodossa (se non è eretica), e quindi anche se lo sia anche una certa interpretazione di un carisma.

Ma certificare quale tra diverse interpretazioni di un carisma, che non siano formaliter eretiche, sia la più conforme allo spirito del fondatore (di quella realtà carismatica) rientra tra le prerogative della Chiesa?

Il potere di discernimento della Chiesa, come istituzione gerarchica, sembra piuttosto che debba fermarsi al livello comune (di fedeltà alla fede) e non possa spingersi fino a un livello così specifico (di fedeltà a un carisma particolare, che coinvolge solo alcuni fedeli).

dal punto di vista storico

Non risulta che storicamente sia mai accaduto che l’autorità istituzionale della Chiesa sia intervenuta per certificare quale delle diverse realtà che pretendono di rifarsi a uno stesso carisma sia la più aderente a quel carisma. Frati minori, conventuali e cappuccini, ad esempio, pretendono tutti di rifarsi al carisma di San Francesco: è mai accaduto che uno di questi “rami” abbia chiesto (o addirittura ottenuto) dall’istituzione gerarchica la certificazione ufficiale, di “più vera interpretazione” del carisma francescano? Sarebbe grottesco solo pensarlo, che uno di questi rami pretendesse dal Papa di essere certificato come l’unico davvero francescano, o anche solo come il miglior francescanesimo possibile.

dal punto di vista dei testi del Magistero

Non risulta che esistano dei documenti ufficiali della Chiesa (non quindi comunicazioni private o opinioni personali) che affermino questo potere.

Nella Iuvenescit Ecclesia si parla certo di un necessario e legittimo accompagnamento che l’autorità della Chiesa è chiamata ad esercitare verso i movimenti ecclesiali. Eccone i passaggi centrali:

«§ 17. Tra i doni carismatici, liberamente distribuiti dallo Spirito, ve ne sono moltissimi accolti e vissuti dalla persona all’interno della comunità cristiana che non necessitano di particolari regolamentazioni. Quando un dono carismatico, invece, si presenta come «carisma originario» o «fondazionale», allora esso ha bisogno di un riconoscimento specifico, perché tale ricchezza si articoli adeguatamente nella comunione ecclesiale e si trasmetta fedelmente nel tempo. Qui emerge il decisivo compito di discernimento che è di pertinenza dell’autorità ecclesiastica [65]. Riconoscere l’autenticità del carisma non è sempre un compito facile, ma è un servizio doveroso che i Pastori sono tenuti ad effettuare. I fedeli, infatti, hanno il «diritto di essere avvertiti dai Pastori sulla autenticità dei carismi e sulla affidabilità di coloro che si presentano come loro portatori» [66]. L’autorità dovrà, a tale scopo, essere consapevole della effettiva imprevedibilità dei carismi suscitati dallo Spirito Santo, valorizzandoli secondo la regola della fede in vista della edificazione della Chiesa [67]. Si tratta di un processo che si protrae nel tempo e che richiede passaggi adeguati per la loro autenticazione, passando attraverso un serio discernimento fino al riconoscimento ecclesiale della loro genuinità. La realtà aggregativa che sorge da un carisma deve avere opportunamente un tempo di sperimentazione e di sedimentazione, che vada oltre l’entusiasmo degli inizi verso una configurazione stabile. In tutto l’itinerario di verifica, l’autorità della Chiesa deve accompagnare benevolmente la nuova realtà aggregativa. Si tratta di un accompagnamento da parte dei Pastori che non verrà mai meno, poiché non viene mai meno la paternità di coloro che nella Chiesa sono chiamati a essere i vicari di Colui che è il Buon Pastore, il cui amore sollecito non smette mai di accompagnare il suo gregge.»

Ma il documento del Magistero parla del discernimento di quanto un carisma è cattolico, non di quanto un carisma, dopo la morte del fondatore, sia fedele allo spirito di quest’ultimo. Analogamente nel par. 18 parla di un insieme di sintomi da cui desumere che un carisma è cattolico, ma non “fedele allo spirito del fondatore”.

Il passaggio che un carisma fondazionale «ha bisogno di un riconoscimento specifico, perché tale ricchezza si articoli adeguatamente nella comunione ecclesiale e si trasmetta fedelmente nel tempo», parla sì di riconoscimento specifico, ma è il riconoscimento della autentica cattolicità di un carisma. E parla poi di «trasmissione fedele nel tempo», il che sembra alludere al fatto che solo se un carisma è stato riconosciuto come autentico si potrà mantenere nel tempo.

Ma la massima esplicitazione del potere della Chiesa di accompagnare una realtà carismatica (anche dopo la morte del fondatore) è nella frase secondo cui l’«accompagnamento da parte dei Pastori (…) non verrà mai meno, poiché non viene mai meno la paternità di coloro che nella Chiesa sono chiamati a essere i vicari di Colui che è il Buon Pastore». Ma, anche qui, che cosa deve assicurare questo tipo di accompagnamento: una fedeltà al carisma del fondatore, o una non deviazione dalla ortodossia cristiana?

dal punto di vista teo-logico

Per passare dal piano storico-fattuale, a quello della logica (teologica), se non è mai accaduto che la gerarchia ecclesiastica sia intervenuta nello specifico di chi è più fedele al fondatore, un motivo pare esserci. Ed anche sommamente razionale: le realtà carismatiche infatti sono un aiuto a una intensità di fede, ma non sono necessarie alla salvezza (eterna). E la Chiesa pare essersi sempre attenuta, almeno in teoria, a non obbligare a niente che non sia necessario (alla salvezza).

Prendiamo il caso delle apparizioni mariane: la Chiesa si limita a certificarne un livello di credibilità non obbligante il singolo fede. Uno, cioè, che non credesse nelle apparizioni di Lourdes, ad esempio, non sarebbe perciò stesso eretico (forse lo sarebbe se ne negasse la possibilità de iure, ma non se negasse il carattere soprannaturale de facto). Uno crede alla veridicità delle apparizioni di Lourdes non perché lo obblighi “la Chiesa”, l’istituzione ecclesiastica. Quest’ultima si limita a dirgli (ufficialmente, intendo dire): “puoi crederci”, “se credi che siano vere non sei formaliter eretico”.
E, analogamente, a una realtà carismatica uno aderisce non perché la Chiesa ve lo obblighi, non perché “glielo chieda la Chiesa”, ma perché lui fa esperienza di una ragionevole e concettualmente difendibile esperienza, di una pienezza umana altrimenti non sperimentabile. Quindi si tratta di una adesione libera, non pilotata. Il massimo che dal punto di vista della sua massima ufficialità (impegnando cioè il suo potere di discernere ciò che è de fide) l’autorità istituzionale della Chiesa può dire è: “se vi aderisci non sei eretico”. Insomma: “puoi aderirvi” (in tutta sicurezza), ma non “devi aderirvi”. Ne segue che se ci sono diverse interpretazioni di un carisma, senza che nessuna di esse sia eretica, non spetta alla Chiesa dire quale sia la preferibile. Ognuno deve essere libero di attingere a quella che più lo aiuta a vivere, e a vivere la fede.

Poi è ovvio che, come esseri umani, gli ecclesiastici e anche i sommi pontefici, pensano (privatamente) molto di più di quanto possono certificare ufficialmente. E lì quindi è inevitabile che l’ecclesiastico X pensi che sia meglio la variante A di un certo carisma, e l’ecclesiastico Y pensi che invece sia meglio la variante B dello stesso. L’importante è che non ci si metta, come ammoniva Gamaliele a pretendere di soffocare qualcosa che può venire dall’alto. E se della gente dice di essere aiutata da una certa “variante” che non è eretica, pretendere di spegnere questa esperienza, non so quanto sarebbe conforme al Disegno di Dio. Se non viene da Dio, per parafrasare Gamaliele, nella misura in cui non viene da Dio, si spegnerà per conto suo: perché attivarsi per spegnerla? Perché smaniare dall’ossessione di spegnerla?

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Author: Intellectualia

Autore dei siti del gruppo Cultura nuova

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