No problem?
L’immigrazione per certi versi è qualcosa di fisiologico e positivo, ma quando assume i connotati quantitativi e temporali (masse ingenti in breve tempo) che sta assumendo diventa qualcosa di patologico.
Non è bene infatti che l’Occidente viva una stagione di denatalità, non è bene che la gente sia costretta a scappare da guerre e miseria, non è bene che l’identità dell’Occidente sia (rischi seriamente di essere) stravolta da un fanatismo fondamentalista.
Quale soluzione ottimale
Se gli occidentali vivessero la fede il problema dell’immigrazione perderebbe certe tinte drammatiche, o tragiche, perché
- farebbero delle famiglie stabili e belle, e con molti figli, per cui non ci sarebbe il problema della denatalità, che rende necessaria l’immigrazione;
- stabilirebbero dei rapporti giusti con i paesi poveri, un commercio davvero “equo e solidale”, e i paesi poveri si svilupperebbero e non ci sarebbe più, neanche dalla loro parte, la necessità di emigrare;
- per quella parte di immigrazione che comunque resterebbe, come fisiologica, gli occidentali contagerebbero gli immigrati, affascinandoli con uno stile di vita più bella e più piena, fatto non di possesso di cose, ma di modo di essere. Così si potrebbe sperare che gli immigrati farebbero rifluire anche nei loro paesi di provenienza un riverbero dei valori buoni della cristianità.
Oltre certe contrapposizioni
I populisti colgono un lato problema (la pericolosità di una possibile deriva fondamentalista), la sinistra coglie un altro lato del problema (l’ingiustizia nei rapporti tra il Nord e il Sud del mondo): i primi però sbagliano pensando di poter risolvere il problema chiudendo le porte a tutti (i potenziali immigrati), senza uno sforzo adeguato di risolvere il problema che sta alla radice, i secondi sbagliano dando almeno l’impressione che per loro l’immigrazione incontrollata non sia un problema.
Bisognerebbe dialogare di più, credere che l’altro sia un bene. Il male non è l’altro, ma eventualmente le idee e/o le azioni dell’altro, tenendo presente che c’è un Male personale che ha come uno dei suoi principali obiettivi mettere gli esseri umani gli uni contro gli altri.
Concretamente bisognerebbe agire
a) a livello economico-sociale, per una società planetaria più giusta, tenendo presente che è dottrina consolidata nell’insegnamento del Magistero pontificio, da Leone XIII a Giovanni Paolo II e a papa Francesco, la critica non solo al socialismo, ma anche al capitalismo (del resto sappiamo che il peccato originale ha reso l’uomo egoista: il mercato non va demonizzato, ma va regolato, anche statalmente, perché non è accettabile che ci sia gente che muore di fame);
b) a livello politico-giuridico: una società (democratica) può esistere solo se i cittadini che la compongono condividono gli stessi valori costituzionali di base, quindi non dovrebbero diventare (o restare, aggiungerei) cittadini coloro che ad esempio non accettano la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, che sta alla base delle democrazie. E qui c’è un concetto che fa a pugni col politically correct: la revocabilità della cittadinanza e la possibilità di espellere persone i cui obiettivi politici siano incompatibili con la democrazia; che pressapoco è quello che fece Firenze esiliando Dante.