Tue, 12/15/2009 – 18:33 — Bertoldi
Nella linea di Austin, Grice a altri analitici, comunicare non dovrebbe più essere inteso, come da Aristotele in poi si è fatto, come comunicazione (essenzialmente, primariamente) di significati (concernenti “stati di cose”, concernenti il mondo), poiché per lo più gli enunciati non sono autosufficienti, ma acquistano il loro compiuto senso solo in rapporto ai parlanti e al loro (contingente) contesto; piuttosto comunichiamo intenzioni, che esprimono ciò che i parlanti intendono farsi sapere, essenzialmente in ordine a un comportamento da attuare.
Ad esempio
la porta è aperta
non è una semplice enunciazione di uno stato di cose, ma acquista un pieno senso solo in rapporto al parlante e al suo contesto, potendo indicare una variegata gamma di significati, come:
# “quindi chiudila”, oppure
# “quindi esci”, oppure
# “quindi entra”, oppure
# “quindi sappi che io sono disponibile”
e via dicendo.
Ora, è vero che talora, o anche spesso, la comunicazione ha tale valenza pragmatica, evidenziata da Austin e ripresa da Grice, ma mi sembra che una comunicazione di intenzioni che non presupponga la comprensione di significati non potrebbe essere efficace.
Questa sottolineatura non è innocente, ma mi sembra supporre uno smantellamento o almeno una assottigliamento della portata ontologica del linguaggio, dentro un più generale orizzonte antimetafisico.
Riflessioni suscitatemi leggendo Claudia Bianchi 2005.