Come siamo arrivati alla (soglia della terza) guerra (mondiale). Uno sguardo complessivo.

La guerra fredda, com’è noto, si è conclusa con la sconfitta del totalitarismo comunista ad opera della democrazia occidentale. O almeno questo è quello che, con Fukuyama, abbiamo a lungo pensato. Sottovalutando il fatto che la Cina, pur aprendo ampi spazi alla democrazia economica continuava ad essere politicamente un regime a tutti gli effetti totalitario; e sottovalutando anche il fatto che la stessa Russia, dopo iniziali, promettenti aperture, con Gorbaciov prima e con Eltsin poi, ha nettamente virato, con Putin, verso una forma di strisciante neo-totalitarismo (oppositori assassinati, o incarcerati da una magistratura che è tutto fuorché indipendente, violazioni ripetute del principio della non rieleggibilità del capo dello Stato, sostegno a regimi come quello serbo capaci di rare atrocità, perpetrate del resto anche dallo stesso esercito russo, ad esempio in Cecenia, e mi limito alla punta dell’iceberg).

Questo rifiuto occidentale di guardare il male nell’altro nasce dal rifiuto di ammettere il proprio male. Perché l’Occidente, e gli USA in particolare, ha le sue colpe, per quanto non paragonabili a quelli dei regimi neo-totalitari.

Il primo grave errore fatto dagli USA (presidente il repubblicano e anti-abortista G.Bush senior) fu la prima guerra del Golfo. Invano papa Giovanni Paolo II aveva levato la sua straziata voce contro tale guerra. Una guerra che formalmente poteva avere qualche giustificazione, perché l’Irak di Saddam Hussein aveva effettivamente compiuto una gravissima violazione del diritto internazionale, invadendo e annettendo uno stato sovrano, membro della Nazioni Unite, il Kuwait. Ma anche una guerra sostanzialmente fatta dagli americani su pressione della destra israeliana che voleva eliminare, o almeno neutralizzare, Saddam Hussein, a cui venne fatto credere che se avesse invaso il Kuwait non gli sarebbe successo niente (lo riportò La Civiltà cattolica, autorevole e informata rivista dei gesuiti, poco tempo dopo). Una trappola, insomma. 

La prima guerra del Golfo generò, anzitutto nel mondo arabo, ma poi un po’ in moltissimi paesi non occidentali un senso di ingiustizia subita ad opera dell’unica superpotenza mondiale rimasta (dopo il crollo dell’URSS), che si atteggiava un po’ troppo arrogantemente a “gendarme del mondo”. Affermava il suo dominio incontrastato e unilaterale sul resto del mondo. E ciò non poteva non generare rancore e desiderio di vendetta. Qualcosa di analogo accadde anche nella crisi di dissolvimento della Yugoslavia: l’intervento americano che strappò il Kossovo alla Serbia fu un intervento nel segno di un unilateralismo, solo appena attenuato dal sostegno di altri paesi occidentali. Senza cercare però il seppur minimo coinvolgimento della Russia, grande e storica amica della Serbia. Russia, che forse avrebbe potuto, se adeguatamente coinvolta, svolgere una funzione mitigatrice degli eccessi, pur gravissimi, perpetrati dai serbi, senza giungere all’attacco militare unilaterale.

Si arriva così alla vendetta: l’11 settembre. L’11 settembre è sì stato opera di un ristretto gruppo terroristico fondamentalista islamico, fatto anzi per lo più da arabi (sauditi), Al Quaeda. Tuttavia esso esprime un odio contro gli Stati Uniti, che va ben oltre i confini del mondo arabo-islamico, e può essere letto come la vendetta, la rivincita del mondo non-occidentale. Una vendetta e una rivincita che gli USA, e l’Occidente, non sono stati in grado di leggere come un monito a rivedere le proprie posizioni in un senso meno unilateralistico e meno arrogante. Io stesso, influenzato da certe voci (come il settimanale Tempi totalmente appiattito sulla linea di Bush), ho per diverso tempo pensato che l’Occidente non avesse poi molto da rimproverarsi e che il punto fosse sconfiggere (militarmente) il fondamentalismo islamico.

Coerentemente a questa linea, gli USA, ben lungi dal rivedere il proprio unilateralismo, lo hanno anzi, col repubblicano (e anti-abortista) G.W. Bush junior, accentuato, con la seconda guerra del Golfo. Le conseguenze sono note: viene sì rovesciato il governo di Saddam Hussein, ma creando una situazione di instabilità. Che porterà alla fuga di masse enormi di cristiani iracheni. E porterà alla tragica esperienza dello Stato islamico, il Califfato di Al-Baghdadi, uno dei regimi più disumani che siano mai esistiti (probabilmente più del nazismo e più di Pol-Pot, direi).

Le conseguenze sono il rafforzarsi del fronte anti-occidentale, anche se la cosa passa pressoché inavvertita in Occidente. Ma quando papa Francesco parla di Terza Guerra mondiale a pezzi allude proprio a questo bradisismico emergere, e progressivo saldarsi, di pezzi di ribellione all’unilateralismo americano e all’egoismo occidentale. Di fatto la Cina estende sempre più, negli ultimi 20 anni, la sua influenza sui paesi “poveri” e anche la Russia, dopo il successo delle sue “piccole guerre” unilaterali che la portano ad annettere la Crimea e a smembrare la Georgia, affila sempre più le sue armi, forte della miopia occidentale e della ricchezza del sottosuolo russo, che la garantisce una posizione di intoccabilità in quanto insostituibile sul piano energetico. Con Trump l’unilateralismo USA diventa non-interventista sul piano militare, ma rimane unilateralismo, che permette alla Russia di continuare ad affilare sempre più i propri coltelli e incattivisce la Cina, danneggiata economicamente dalle scelte doganali del miliardario. Scelte che non sono rivolte al rispetto dei diritti umani in Cina, ma solo ad assicurare una maggior salute economica alle aziende americane.

Il disastroso ritiro americano dall’Afghanistan nel 2021, ritiro concordato coi talebani da Trump, ma molto mal gestito da Biden, prepara l’invasione russa nel febbraio 2022: la Russia vede che l’Occidente è debole, e si accorda con la Cina per infliggergli un duro colpo. L’alleanza tra Russia e Cina, come pure quella con tutte le altre realtà anti-occidentali, è intrinsecamente instabile, perché sono uniti più contro che per. Non hanno un comune progetto positivo, ma solo un comune nemico. E se dovessero malauguratamente vincere, non tarderebbero a sbranarsi tra loro. Anche perché il presupposto culturale di tali paesi è l’assenza di verità e valori che possano essere riconosciuti come universali, e quindi comuni. Ma questa sarebbe una magra consolazione, se dovesse essere una buona ragione per abbassare la guardia o arrendersi.

Che fare, dunque, di fronte questo attacco delle anti-democrazie contro la democrazia? Anzitutto correggere il più possibile i difetti che rendono la democrazia occidentale poco credibile: si tratta di rinunciare il più possibile all’egoismo e al particolarismo, che troppo spazio hanno avuto nelle nostre società e nelle scelte dei governi occidentali, e di pensare e agire nel modo più convinto e coerente possibile nel senso di una solidarietà universale. Senza questa componente etica, un puro sforzo politico o militare rischia di risultare inefficace o comunque di comportare dei danni, anzitutto sul piano umano ma poi anche su quello economico, che si potrebbero invece evitare. 

Questo ha un prezzo. Ma, a ben vedere, si tratta di un prezzo comunque minore di quello che pagheremmo se continuassimo a regolarci in base a un miope egoismo. Il che è quanto dire che agire eticamente premia. Anche sul piano materiale. Il che, in termini teologici, è in fondo il concetto di «centuplo quaggiù»: fare il bene non è rilevante solo per l’al-di-là, ma fa bene anche per l’al-di-qua.

Poi, ma solo dentro a questo orizzonte umano ed etico, si dovrà porre mano a tutte le leve, economiche ma anche militari, per sconfiggere non tanto l’aggressore, ma il male che è nell’aggressore. Senza odio. Senza spirito di vendetta. Senza spargimenti di sangue che non siano davvero necessari. Usando anche le armi. Ma non solo e non soprattutto le armi. Che comunque dovrebbero essere sottratte alla produzione da parte di privati e prodotte solo dagli Stati, anzi solo dagli Stati democratici: ecco il senso profondo, a mio avviso, del richiamo di papa Francesco del 25/08/2022. Perché l’obbiettivo ultimo non può che essere quello di un mondo de-nuclearizzato e dove i paesi democratici si armino solo per difendersi e quelli non-democratici siano costretti, pena l’isolamento totale, a non possedere armi di offesa e siano sempre più spinti a democraticizzarsi. Diventando, così, come prevedeva giustamente Kant, pacifici. Probabilmente questo non sarà mai realtà al 100%, ma questo deve essere almeno l’obiettivo a cui avvicinarsi, a cui tendere.

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Author: fbertoldi