celebrazioni proibite per coronavirus

Si continuano a levare voci di protesta contro il divieto statale di celebrazioni liturgiche in questa situazione di emergenza coronavirus.

variante estremista

Nella loro variante estremista queste proteste attribuiscono allo Stato una volontà persecutoria nei confronti della Chiesa e specularmente lanciano accuse di fuoco al Papa e ai vescovi per aver tradito il mandato divino, accettando di sottomettersi a uno Stato anticristiano.

Questa variante non è fondata, perché non si vede per quale motivo lo Stato dovrebbe coltivare un progetto di sradicamento del cattolicesimo: a parte il fatto che il divieto di celebrazioni pubbliche riguarda non solo qualsiasi religione (e non solo quella cattolica), ma rientra nel più generale divieto di qualsiasi forma di assembramento (anche culturale o sportivo o ludico o di altro tipo), non si capisce perché lo Stato dovrebbe accanirsi contro una Chiesa cattolica che, con l’attuale Papa e l’attuale dirigenza della CEI, sta dimostrando un grado di collaboratività e non interferenza nelle vicende politiche italiane che non era mai stato così basso, e così diverso dalla linea Ruini-Bagnasco. Senza contare che la TV di Stato sta dando uno spazio alle celebrazioni del Papa quale non si vedeva dai tempi dei funerali di Giovanni Paolo II. Il che mal si concilia con una volontà persecutoria.

variante moderata

C’è poi la variante più moderata: sì, il divieto di celebrazioni assembleari non nasce da una volontà persecutoria, ma da preoccupazioni sanitarie (evitare assembramenti); resta tuttavia il fatto che esso appare una interferenza esagerata nella vita interna della Chiesa o almeno uno misura sproporzionata, e dissonante con la peculiarità del fenomeno religioso. E verso le autorità ecclesiastiche l’accusa non è più così grave come il tradimento, ma è comunque quella di aver mancato di fede: la fede nel fatto che Dio farebbe il miracolo di salvare (soprannaturalmente) coloro che vanno in Chiesa: praeter rerum ordinem.

ciò che lo Stato può chiedere (alla Chiesa)

Al che si potrebbe rispondere che lo Stato può chiedere che qualsiasi realtà associativa ottemperi alle regole che permettono di contenere il contagio; lo può perché se uno si contagia (o contagia altri), questo diventa un problema per la collettività. Una comunità religiosa che si ritirasse su un’isola, mettiamo di sua proprietà, e garantisse un completo isolamento dal resto del Paese, potrebbe fare quello che vuole. Ma normalmente i credenti sono a pieno titolo membri della società e ne condividono il destino (materiale).

Questo in linea di principio. Se poi, in linea di fatto, fosse o sia possibile riunirsi nelle chiese per le funzioni liturgiche osservando le regole anti-contagio questo è un altro discorso. Effettivamente se un edificio ecclesiastico è sufficientemente spazioso e il numero di fedeli abbastanza limitato, le norme di sicurezza dovrebbero poter essere rispettate. Questo, come ha fatto notare Mantovani, potrebbe valere ad esempio in particolare per i funerali.

ciò che può chiedere la Chiesa (a Dio)

La Chiesa è stata pusillanime non contando sull’aiuto divino? Avrebbe dovuto contare sui miracoli che certamente Dio avrebbe fatto, salvando dal coronavirus chi partecipa alla liturgia?

Certamente i miracoli esistono. Ma si possono pretendere da Dio? Si può pensare a una elargizione di miracoli tipo catena di montaggio? Non vanno piuttosto essi umilmente mendicati?

Non si rischia di prendere per coraggio quella che sarebbe solo temerarietà?

Questo in linea di principio. A meno che sia possibile, di fatto, celebrare osservando condizioni di sicurezza: a quel punto bisognerebbe chiedere (e osservare) una ragionevole flessibilità.

le ragioni di una rabbia

Ma se la protesta non è, non fino in fondo almeno, fondata, perché c’è?

A me pare che negli ambienti ultraconservatori si tenda come habitus mentale a coltivare l’idea di una Chiesa come cittadella assediata dalle forze oscure e mostruose di una modernità diabolica. Si ha insomma una tendenzialmente generale ostilità verso la modernità e verso uno Stato che ha fatto delle leggi ritenute (in certi casi non a torto) anticristiane. Di qui il passo a sentirsi sempre vittima di un attacco è breve.

Forse c’è anche un secondo motivo, ed è la nostalgia di una Chiesa visibilmente trionfante, per cui qualsiasi limitazione alla sua visibilità e alla sua – come dire? – forza pubblica appare un attacco inaccettabile. Insomma il rischio è quello di volere più una religione (civile), che una fede personale.

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Author: intellectualia