Ce lo chiede “la Chiesa”?

Gesù davanti a Caifa

Si sente da parte di alcuni questo tipo di motivazione: che un certo tipo di assetto, un certo tipo di scelte, “le chiede la Chiesa”, e quindi vanno accettate senza discutere, vanno accettate anche se sgradite.
Ora, è sì vero che “la” Chiesa puòde iure – chiedere qualcosa di (immediatamente) sgradevole, a cui comunque un cristiano che voglia davvero seguire Gesù Cristo fa bene a obbedire.
Ma occorre vedere se – de facto – questa locuzione è sempre usata nel suo senso proprio, oppure se talora avviene un insidioso, ingannevole slittamento semantico da un senso di “Chiesa” a un altro senso di “Chiesa”.
La Chiesa è infatti una realtà divino-umana, in cui vive il mistero di Cristo, Uomo-Dio, in cui Lui si rende presente. Ma, mentre nella componente (riconoscibile come) divina, la Chiesa è davvero la trasparenza di Cristo, nella sua componente (inevitabilmente) umana esiste invece una opacità, una commistione di fattori naturalistici e contingenti, legati al temperamento, alla storia, all’uso del libro arbitrio degli esseri umani che compongono in un certo momento la Chiesa.
Non è mistero per nessuno ad esempio che anche ai supremi vertici della Chiesa ci siano stati, nel corso della sua bimillenaria storia, comportamenti che non erano certo la trasparenza di Cristo: papi che hanno assassinato altri ecclesiastici (X secolo), papi dediti a interessi mondani, come i tre papi che precedettero la Riforma (Giulio II, Alessandro VI, Leone X). Ma non è il caso di insistere troppo: la storia della Chiesa è piena di esempi di personalità che occupavano importanti cariche gerarchiche e ciò nonostante erano tutt’altro che fedeli testimoni di Cristo.
Eppure, nessun papa ha mai solennemente proclamato dogmi rivelatisi poi falsi. Anche se, quando si tratta di documenti meno solenni dei dogmi, ci sono stati ripensamenti su quanto affermato da altri ecclesiastici, anche da precedenti sommi pontefici o altre autorità ecclesiastiche (basti pensare alla revisione del caso Galileo, o a quella relativa all’evoluzionismo, o al capovolgimento che nel magistero della Chiesa c’’è stato sulla libertà religiosa, col Vaticano II).

Dunque, la domanda che ci si deve porre è: come discernere ciò che nella Chiesa è davvero, limpidamente divino (di origine divina), da quello che è invece un divino un po’ troppo opacizzato da componenti naturalistiche?

Una indicazione viene proprio da quanto si è poco prima detto: quanto più un documento è solenne, tanto più esso ha i requisiti per essere considerato trasparenza del divino. Viceversa quanto meno solenne è un documento o una scelta o una indicazione, quanto più privato è un documento o una parola, tanto più si può trattare non della manifestazione del Mistero, ma della esternazione di opinioni personali, contingenti e quindi discutibili, di un singolo ecclesiastico. E in questo caso non sarebbe più “la” Chiesa che ci chiede una certa cosa, ma sarebbe l’auspicio di un certo eccledsiastico, che occupa temporaneamente un certo posto nella gerarchia ecclesiastica.
Don Giussani fece questo tipo di discernimento, questo tipo di distinzione, nella sua risposta al suo superiore gerarchico, il card. Giovanni Colombo, che gli suggeriva di sciogliere il nascente movimento (quello che poi sarebbe diventato CL): gli disse

“Guardi, se i miei superiori si assumono la responsabilità di dirmi ‘Non fare più niente’, se lei si assume la responsabilità di dirmelo e allora mi comanda di non far più niente, io non faccio più niente; ma se mi lascia un milionesimo di angolino, io faccio» Giussani, Dal temperamento un metodo, BUR, Milano 2002., p. 119

Ossia gli chiese di prendersi la responsabilità, davanti a Dio, di giocare espressamente e formalmente il suo potere istituzionale: in quel caso, e solo in quel caso (davanti a quello che si è chiamato sopra un documento solenne, quindi formale, esplicito, ufficiale) sarebbe stata “la” Chiesa a chiedere qualcosa. Altrimenti restava l’opinione personale di un singolo ecclesiastico: fallibile e discutibile.

Quindi occorre, come criterio generale, evitare di slittare dal senso di “Chiesa” come realtà divino-umana che si esprime (quando si tratta di certe decisioni) mediante atti formali, espliciti, pubblici, da “Chiesa” come opinione personale di un singolo ecclesiastico, o di una certa “corrente” ecclesiastica. Legittima, ma una delle tante possibili sensibilità presenti nella Chiesa.
Perciò può capitare che dicendo “ce lo chiede la Chiesa” ciò che viene in realtà inteso con tale espressione sia “ce lo chiedono certi ecclesiastici”, in base a loro personali opinioni. Opinioni che magari sono in grave dissonanza con quanto (in forma ben più solenne e impegnativa) affermato da personalità del calibro di Giovanni Paolo II o Benedetto XVI.

Per approfondire questo argomento, e quello correlato di carisma e di rapporto carisma/istituzione si può vedere Francesco Bertoldi, La sobria ebbrezza dello Spirito. I carismi oggi.

intellectualia
Author: intellectualia