A cinque anni dalla strage delle Torri Gemelle il quadro della lotta al terrorismo non si presenta molto rassicurante:
La valutazione del terrorismo
A cinque anni da quella sua apocalittica irruzione, la valutazione del fenomeno terrorislam vede incertezze e aberrazioni spaventose: non solo in buona parte del mondo islamico non vi è una sua netta condanna, bensì diffuse simpatie, ma anche nel mondo non-islamico, in buona parte della cosiddetta sinistra, si guarda al terrorismo islamico come minimo con indulgenza (come la giusta e comprensibile reazione all’odiosa civiltà occidentale), se non con attivo sostegno (è noto che frange della sinistra ?radicale? hanno sostenuto, ad esempio con raccolte di fondi, la ?resistenza?, in realtà terroristica, degli sgherri di Al Quaeda in Iraq, dando un contributo notevole al tuttora mancato attecchimento, in quella terra di un vero germoglio di democratizzazione).
Se a ciò si aggiunge che nella stessa opinione pubblica americana è cresciuto in modo notevole il dubbio sul modo con cui è stata condotta la guerra al terrorismo, fino a far dubitare che la guerra al terrorismo qua talis sia utile, il quadro si consolida in tinte fosche per chi ama l’Occidente e i suoi valori.
Effetti del terrorislam
Di buono c’è che la vicenda economica mondiale, dopo una prima scossa fortemente negativa, si è risollevata e sembra aver raggiunto una sorta di modus vivendi col terrorismo. Il danno forse maggiore lo hanno proprio certi paesi islamici, come l’Egitto e la Turchia che sono stati colpiti dal terrorislam in quel settore turistico, che è per la loro economia di vitale importanza.
Di negativo (effetto anche del punto precedente) c’è anzitutto che il terrorismo, nonostante abbia messo a segno, dall’11 settembre, molti odiosi attentati (l’11 marzo a Madrid, il 7 luglio a Londra, la discoteca di Bali, la scuola di Beslan, per non citarne che alcuni) non suscita più di tanto indignazione e rabbia: gran parte dell’opinione pubblica occidentale se la prende anzi di più con chi lo combatte (magari usando metodi sbagliati, come Abu Graib), che con il terrorismo. Emblematica è la vicenda della lotta scatenata da certi giudici milanesi contro i servizi segreti italiani, rei di aver aiutato gli americani a lottare (sia pure in deroga alla lettera di certe leggi) contro dei terroristi.
Il fatto è che nel vecchio mondo due fattori concorrono smussare l’energia di una reazione contro il terrorismo e contro qualsiasi prepotenza fondamentalista: da un lato un forte sentimento antiamericano, per cui si vede con malcelato favore chiunque azzoppi il troppo potente alleato; e dall’altro una sottovalutazione del pericolo fondamentalista, che prende le forme o di una intorpidita, sonnambulica vigliaccheria, nutrita di relativismo indifferentista, e paga del fatto che il benessere economico non sembra subire scosse, o di un ideologico ?fanatismo parallelo? da parte dei residui neomarxisti, che sperano di avere nel fondamentalismo una sponda (in ciò illudendosi clamorosamente, poiché non basta avere un nemico comune per mirare allo stesso obbiettivo finale).
Il cemento antiamericanista ha avuto una clamorosa documentazione nella alleanza tra leader come l’islamico Ahmadinejad, il regime comunista nord-coreano e il no-global presidente venezuelano Chavez, mentre in molti paesi latinoamericani serpeggiano atteggiamenti antistatunitensi un tempo inconcepibili.
Un altro elemento negativo è che si sta saldando sempre più la vicenda dell’antiamericanismo terrorista con la lotta anti-israeliana: emblematica è la vittoria di Hamas nel mondo palestinese, e il suo legame con Hezbollah, e quindi con quella Siria e quell’Iran che fanno della lotta contro l’America e Israele la loro bandiera. Vicende che fino a qualche tempo fa potevano essere, se non totalmente separate, almeno chiaramente distinte, ora rischiano di confondersi e si delineano sempre meglio due grandi schieramenti: da un lato i nemici dell’America (= di Israele e dell’Occidente), che vanno dai residui neocomunisti (Chavez, la Corea del Nord, la sinistra no-global, più o meno pacifinta) ai ?resistenti? irakeni, agli Hezbollah libanesi, ad Hamas, avendo in questo momento più l’Iran che Al Quaeda come punta di diamante; dall’altro gli amici dell’Occidente (di Israele e USA), che, nel caso italiano, vedono come novità, aggiungersi aree politico-culturali tradizionalmente antiamericane e antiisraeliane, come la destra erede del MSI.
La vicenda delle azioni militari israeliane contro Hezbollah, nell’estate 2006 suonano come un preoccupante campanello di allarme: Israele è stata indotta a un uso oggettivamente sproporzionato (e anche tecnicamente fallimentare) della forza, che le si è ritorto contro, perché è stata lasciata, vigliaccamente, sola da quella Europa che avrebbe dovuto ottenere per via diplomatico-economica quello che Israele ha maldestramente tentato di ottenere manu militari.
In effetti tra i due grandi schieramenti cerca di mantenersi fuori, uno strano non-allineamento, una parte del vecchio continente, che ha oggi nella Francia il suo campione. Tuttavia l’America e Israele non sono certo esenti da colpe, anche gravi. Vediamo perché.
Errori speculari
Se il grande errore del ?movimento? pacifinto è negare qualsiasi utilità a qualsiasi azione militare, sperando che basti spargere petali di rose ai piedi dei terroristi per ingraziarseli, o che basti che l’Occidente ponga rimedio a presunte oppressioni (quali, di grazia?) nei confronti di un Islam che al contrario si è lautamente satollato coi petrodollari; non meno grave è l’errore di chi vede solo nelle azioni militari un fattore risolutivo.
Sbaglia chi dice che la guerra non serve a niente, ma sbaglia anche chi pensa che la guerra basti, o sia il fattore dirimente principale. L’amministrazione Bush sembra aver errato proprio in questo senso: una sovrastima del fattore militare e della sua potenza risolutiva. I fatti stanno dimostrando quanto sbagliasse.
C’è una terza possibilità tra il dire ?stiamo buoni buoni, zitti zitti, che tutto si aggiusta? e il dire ?una bella guerra e tutto si sistema?; una terza possibilità: anzitutto, per chi è credente l’arma della preghiera e del rapporto umano, e poi la dimensione culturale. Possibile che non si capisca come valga di più un milione speso in informazioni, e in circolazione di idee (comunque intesa), che un milione speso in bombe?
Se l’America, e Israele e gli amici dell’Occidente spendessero in cultura un decimo di quello che spendono in operazioni militari, otterrebbero risultati decisamente più solidi e stabili.
Ad esempio, i films: perché poco dopo l’11 settembre è stato fatto un film antiamericano su quell’evento, e si è dovuto aspettare 5 anni per avere un film, che timidamente e complessatamente dice che si è trattato di una cosa brutta?
Perché non esiste una satira antiterroristica, ma solo una satira antiamericana?
I servizi segreti vengono sguinzagliati con enorme dispendio di energie per braccare un singolo esecutore materiale, mentre i suoi ispiratori, coloro che in continuazione raccolgono nuove braccia per il terrorismo, predicano il loro odio alla luce del sole, anzi spesso vengono pagati dagli stati occidentali, perché insegnano nelle università e nelle scuole.
Perché, ad esempio in Italia, l’area danarosa del centro-destra ubriaca il popolo moderato con le belle curve di veline seminude, e non pensa minimamente di fornirgli armi dialettiche contro i nemici dell’Occidente? Perché si deve continuare a lasciare alla sinistra il monopolio della cultura (teatro, cinema, satira, scuola, università, editoria, informazione)?
Prendiamo la scuola e l’università: sono dei fattori importanti. Eppure vengono saltati a piè pari dagli amici dell’Occidente. Un esempio? La vicenda degli insegnanti di religione: il passato governo di centro-destra li ha immessi in ruolo tutti, puntando sul fattore economico come unico elemento (come se bastasse aver dato un sicurezza in tale ambito per ?comprare? gente che in realtà è fanatica); il risultato è che la schiacciante maggioranza di tali insegnanti (laici o sacerdoti) di sinistra era e di sinistra è rimasta, e non di rado svolge una attiva azione di lotta all’Occidente e al Cristianesimo. E che dire delle sovvenzioni date da esponenti (economici e politici) di destra a iniziative culturali chiaramente schierate a sinistra? Che cosa è questa se non cecità, cieca sottovalutazione del fattore ideale?
Eppure la gente agisce in base a quello che pensa. Dunque aiutare a pensare bene non è un piccolo particolare. La sinistra lo ha capito da tempo. La destra quando lo capirà?
E, tornando a livello internazionale, come non capire che se è importante fermare degli esecutori materiali, è più importante fermare chi li forma? Perché non agire sulle fonti ispiratrici del terrorismo? Quante energie dedica la CIA a controllare i predicatori di odio, fin a giungere alle loro prime sorgenti? Quanto dedica, ad esempio, allo studio dell’editoria islamica e dell’insegnamento nelle università islamiche? È inutile asciugare il pavimento, se prima non si è chiuso il rubinetto che lo inonda.
Perché non prefiggersi di indebolire con ogni mezzo la predicazione fondamentalista, per favorire invece quella di un islam davvero moderato? E per ?davvero moderato? intendiamo dire che non ci si accontenti che sia politicamente non ostile agli USA e a Israele, ma che sia culturalmente non ostile all’Occidente e al Cristianesimo. È meglio un islam che critichi le politiche contingenti di questo o quello stato occidentale, che un islam che, furbescamente, treschi con uno stato occidentale, ma sotto sotto miri comunque alla distruzione delle basi dell’Occidente. Un islam moderato non è un islam che faccia sconti politici all’America, ma un islam che accetti cordialmente e convintamente il valore del pluralismo, della libertà di coscienza, della ragione critica. Non possiamo accontentarci di tattiche a breve, ma occorre favorire, finché siamo in tempo, un cambiamento profondo nelle stesse radici teologiche dell’islam. Sarebbero i soldi meglio spesi per una vera lotta al terrorismo.