sentenza della cassazione: se critichi un giudice commetti reato

31 agosto 2006: Sgarbi definitivamente condannato dalla Cassazione per aver definito politicizzata l’azione di certi magistrati (il pool di Palermo, che spinse un altro giudice, Cagliari, al suicidio).

Motivo della sentenza: chi accusa un giudice di uso politico della sua funzione non fa una critica “oggettiva”, al suo operato, ma una critica “soggettiva”, nel senso che insulta la persona del giudice. Come se gli dicesse una parolaccia. “Politicizzato”, per un giudice, è come, anzi molto peggio che “cornuto” per i comuni mortali.

Si potrebbe osservare che allora anche dare dell’incompetente a qualsiasi professionista è un insulto. Ci si potrebbe chiedere perché tutti gli altri esseri umani devono sopportare di essere aspramente criticati nell’esercizio della loro professione, e giudici siano così sensibili e delicati.

Ma c’è anche un’altra considerazione: chi l’ha detto che “politicizzato” equivalga a “delinquente”, o almeno a moralmente riprovevole? Solo chi ignora la storia delle idee può dirlo. Solo chi ignora (Santo cielo! Sarà mica reato dire “ignorare”?) che per una certa ideologia non esiste neutralità delle istituzioni. C’è una certa ideologia per la quale la dimensione politico-istituzionale è “sovrastruttura” della dialettica economico-sociale, per cui nessun atto istituzionale è mai neutrale, ma si colloca o dalla parte degli oppressori o da quella degli oppressi. L’ideologia si chiama marxismo. I giudici della Cassazione non ne hanno mai sentito parlare?

Per questa ideologia chiunque occupi una carica istituzionale è prima di tutto un militante, la sua responsabilità non è verso uno Stato inteso come entità super partes. Per Marx non si può essere super partes. Si è o di qui o di là. Perciò, nell’ottica marxista, occupare una carica istituzionale ed essere militante, e dunque “politicizzato” non è affatto un insulto.

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Author: intellectualia

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