Un pacifismo rinunciatario?

Un mio amico sostiene che in troppo mondo cattolico ci sia l’idea che perdere è bello, che il cristiano sia uno masochisticamente contento di esser sconfitto, e magari schiacciato.

In altri posts ho cercato di argomentare come la dottrina della Chiesa non implichi un pacifismo ebete, appagato da una finta pace (=non fondata sulla giustizia). Qui invece vorrei riflettere su come la Chiesa aspiri comunque alla pace, senza che in ciò vi sia nulla di rinunciatario.

Una vignetta del periodo fascista

Nella vignetta qui sopra il regime fascista rinfacciava ai cattolici uno stile insopportabilmente rinunciatario (amano i nemici). Una accusa simile a quella del mio amico. Qualcosa del genere era del resto anche quello che sosteneva Nietzsche, che accusava i cristiani di essere dei risentiti, che soffocano gli impulsi umani più naturali, autoimponendosi dei comportamenti forzati e disumanizzanti: la «morale dei deboli», la morale del perdono.

Che dire? Da una parte è vero che Gesù ha detto di «porgere l’altra guancia», e non ha chiesto al Padre di inviargli «dodici legioni di angeli» per sbaragliare i suoi nemici. D’altro lato egli non si sottrasse a dispute anche aspre con i farisei (li chiamò «razza di vipere», «sepolcri imbiancati»), e non ha edulcorato nemmeno di un briciolo la Sua pretesa totalizzante per garantirsi più consensi.

Come si risolve questa apparente contraddizione? Occorre distinguere tra a) la difesa della verità (e della giustizia), e b) la difesa del proprio “uomo vecchio”, di un falso io, di un io che si crede altro da quello che è in realtà.

In dettaglio:

  • oggettivamente tutti gli esseri umani sono membra di un’unica famiglia umana, membra attuali o potenziali dell’unico Corpo di Cristo, e destinati quindi a partecipare alla vita trinitaria, che è vita infinitamente relazionale. Dove la felicità di ognuno sarà affermare gli altri.
  • Ne segue che il perdono e la solidarietà non sono dei precetti morali che ci sarebbero imposti non si capisce bene in base a quale logica, ma sono l’espressione della verità ontologica di noi stessi. Non si tratta di dovere, ma di verità.
  • L’azione della Menzogna è tutta volta a far dimenticare questa verità e a far attestare gli esseri umani su una falsa immagine di sé (l’uomo vecchio, per dirla con S.Paolo), che crede che il proprio bene sia alternativo al bene di tutti gli altri.
  • Ne segue che, da un lato, mettersi contro gli altri per difendere il falso io, per difendere una falsa immagine di sé, è sbagliato.
  • Ma, d’altro lato, per difendere la verità, quella verità che ci accomuna a tutti i nostri fratelli uomini, è giusto sostenere qualsiasi sacrificio. Guerra compresa. Purché condotta dentro un orizzonte universalistico, e non particolaristico.

Ovviamente, per la continua azione della Menzogna, può accadere, e anzi accade spesso, senza una vigilanza continua, che uno faccia esattamente il contrario, ossia

  • si metta contro gli altri per difendere la propria umanità «vecchia» (magari accampando comunque pretese motivazioni universalistiche)
  • e viceversa ceda all’ingiustizia per salvare la propria falsa identità o una falsa universalità, un falso ideale.

ossia, più concisamente, capita che uno

  • combatta per salvare la falsità (come Carl Schmitt)
  • e non combatta per salvare la verità (come i pacifinti).

La sana dottrina della Chiesa è contro una aggressività particolaristica, ma non contro una fermezza a difesa della verità, una fermezza universalisticamente affermata.

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Author: Intellectualia

Autore dei siti del gruppo Cultura nuova

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