Le critiche di Amartya Sen a Samuel Huntington
Sul Corriere della sera del 29 dicembre 2008 il Nobel Amartya Sen, pur riconoscendo ad Huntington intelligenza e suggestività lo accusa di un sostanziale fraintendimento sul concetto di scontro di civiltà, e lo sostiene in base a questo argomento: se le tesi di Huntington venissero diffusamente accolte nella società, si creerebbero delle condizioni di reciproca intolleranza tra le diverse grandi culture, che invece vanno presentate non come blocchi monolitici, ma come sfaccetate e plurime al loro interno (non esistono poche grandi identità, ma una vasta pluralità di identità, a più livelli: religioso, etnico, politico ecc.).
Questa tesi, pur avendo qualche ragione, non viene argomentata in modo corretto; lo schema è infatti questo: la teoria T non può essere vera, perché se venisse accolta da molti esseri umani si produrrebbe (molto probabilmente) una prassi P sicuramente negativa: dunque T → P, e P è negativo, dunque occorre rimuovere T.
L'errore è che le due grandezze sono eterogenee: T è una teoria (constatativa e non performativa), P un tipo di prassi, di atteggiamenti e comportamenti pratici. T non dice come dovrebbero andare le cose, ma come vanno di fatto. Il ragionamento di Sen potrebbe funzionare se T invece che una teoria, constatativa di un certo stato di cose, fosse un ideale pratico (“le cose dovrebbero andare così”, “sarebbe bene se le cose andassero così”): allora si potrebbe ritenere che pensare T (“P è bene”) spinga a praticare P. Ma così non dice Huntington: per lui lo scontro di civiltà non è un ideale, ma un fatto; certo è un fatto negativo, come lo è il cancro: ma non è il dire che esiste il cancro a produrre il cancro; è vero anzi che se si fingesse che il cancro non esiste ci si metterebbe nelle condizioni di non poter affrontare il problema.
All'obiezione che anche una teoria (per quanto di per sé non performativa) risulti non-neutrale rispetto all'azione, potendo comunque disporre ad agire in un modo diverso da quello che si produrrebbe senza tale teoria, possiamo rispondere che ciò vale anche nel senso contrario: non (voler) vedere un pericolo non è neutrale rispetto alla possibilità che il pericolo si realizzi (ed è probabilmente più dannoso della possibilità, inversa, che il vedere un pericolo inesistente produca il pericolo).
Il punto fondamentale è il quadro teorico globale entro il quale una teoria viene sussunta: un orizzonte “forte” per il quale ogni essere umano, quale che sia la sua ideologia o etnia, è infinitamente prezioso, è in quanto tale “vaccinato” da tentazioni razziste, ed è attrezzato per distinguere tra idee (che, se pericolose, vanno combattute) e persone (comunque degne di rispetto e di benevolenza).
Dopo di che, l'unico punto è vedere se una teoria è vera o falsa, o, più verosimilmente, fino a che punto è vera, non elucubrare sui suoi (del resto molto opinabili) possibili esiti pratici.