Noi vorremmo avere subito tutto chiaro, tutto pronto, tutto fatto. Anche adesso, scrivendo la tesi di dottorato mi spazientisco per la lentezza con cui mi vengono i pensieri, per la necessità di pensare bene quale ne sia la miglior formulazione, che mi trovo a dover cambiare una volta, poi un’altra, e magari poi un’altra ancora; mentre istintivamente uno vorrebbe scrivere tutto di getto, al primo colpo, senza fatica. Scrivere è in qualche modo come partorire: non si può fare senza fatica, accettando di non essere io Dio, accettando la mia creaturalità, limitata anche per via della insuperabilità del tempo. Che si snoda nella sua oggettività non manipolabile. Un istante dopo l’altro. Senza poter correre subito dove vorrei io.
Così è storia: l’umanità vorrebbe avere da subito tutto chiaro. Invece no, deve aspettare il lento svolgersi del tempo. Ciò che non era chiaro ieri, lo diventa oggi. Ciò che non è chiaro oggi, lo diventerà domani. E non credo sia solo per colpa del peccato originale, che pure c’entra (la precipitazione del giudizio nasce dal non ammettere la propria limitatezza, cioè dal credersi «sicut dii, scientes bonorum et malorum»), ma credo che sia la pedagogia del Creatore: per poterci aprire alla Sua misura, infinita, dobbiamo capire che la nostra misura è finita, limitata. Para venir a lo que no eres, as de ir per donde no eres. Se uno pretende di essere arrivato, non può camminare verso la Meta. E la Meta è ben oltre quanto uno può pensare di aver capito e attuato.
La realtà si evolve, la storia esiste. Ed esiste perché l’ha voluta il Mistero creatore. Scandalizzarsi del fatto che ci sia evoluzione della coscienza, tanto a livello personale quanto a livello collettivo, e quindi anche ecclesiale (sul non-essenziale, intendo), è rifiutare il metodo di Dio.