Quine non ha tutti i torti a rifiutare (ne I due dogmi dell’empirismo) il modo con cui gli empiristi (logici) distinguono verità analitiche (universali e staccate dall’esperienza) e verità sintetiche (basate sull’esperienza, ma non universali), ma si sbaglia a ricondurre tutto il sapere a verità sintetiche nel senso da lui inteso: l’intelligenza umana infatti può giungere a giudizi stabilmente e universalmente veri.
La critica al riduzionismo e la proposta di un olismo (qualcuno direbbe “monismo aletico”) ha qualcosa di vero: il sapere è interconnesso, è in qualche modo un tutto; e tuttavia è altrettanto vero che una certa verità si fonda su una certa esperienza (in senso integrale).
La critica poi della traduzione radicale e del mito del museo o della galleria (secondo cui esisterebbero le essenze, i significati, come quadri di una galleria di cui le parole, diverse nelle diverse lingue, ma riferite sempre agli stessi significati, sarebbero come le etichette) sbaglia negando che la mente umana sia identica in tutti gli esseri umani, anche se è vero che il contesto culturale porta a focalizzare certi livelli della realtà e a trascurarne degli altri a seconda delle diverse culture. Rischia di negare la realtà di una natura umana comune a tutti gli esseri umani.