“Trump? Credo che abbia pagato per suo atteggiamento troppo arrogante. Ho già mandato gli auguri a Biden, che sarà un nostro alleato strategico.” (S.Berlusconi, intervista con Fazio, a Che tempo che fa, 8/11/2020)
Le elezioni USA 2020 hanno suscitato in tutto il mondo un surriscaldamento degli animi, pro o contro questo o quel candidato. Segno che la posta in gioco era percepita, non solo negli Stati Uniti, come molto alta.
La questione generale: il populismo sovranista
Il punto essenziale è la questione del populismo sovranista, visto come unica alternativa a un mondialismo ideologico. In realtà io credo che una posizione di equilibrio sia possibile, tanto è vero che è stata non solo possibile ma anche reale, effettiva, attuata, pur con tutte le imperfezioni che la politica comporta, per diversi decenni. Ad esempio nell’Europa occidentale dopo la Seconda Guerra mondiale.
Il mondialismo ideologico, nel pur giusto richiamo alla comune umanità di tutti gli esseri umani, tende a sottovalutare i livelli più prossimi di appartenenza, tra cui quello locale e nazionale. Mentre al contrario il sovranismo esaspera tali livelli e pretende di farne dei recinti chiusi e impermeabili a qualsiasi relazione con gli altri. Sovranismo dice di una volontà di affermazione dell’identico sull’alterità: America first, Britain first, «prima gli italiani», «prima il Nord», «prima i lombardi» … «prima io». “Prima” nel senso di “anche contro altri, se necessario”. Esplicitiamo ancora meglio: “prima io … anche contro (eventuali) legittimi diritti degli altri, se necessario (a me)”, che diventa poi “prima io … anche contro (eventuali) legittimi diritti degli altri, se utile (a me)”.
Ma come non sarebbe umano pretendere di saltare i livelli intermedi di appartenenza, così non lo è farne degli assoluti. Tra un mondialismo ideologico e il sovranismo populista c’è tutto lo spazio per una politica equilibrata, che salvi sia l’identità sia il rapporto con l’alterità. In questo senso è importante il concetto guardiniano di tensione polare (Gegensatz) tra poli solo apparentemente inconciliabili; concetto analogo a quello di paradosso elaborato da de Lubac: unità tra poli apparentemente opposti, come quelli, teologici, di giustizia e misericordia, libertà umana e prescienza divina, unità e trinità di Dio, umanità e divinità di Cristo.
Il populismo poi è una forma di comunicazione basata su una emotività sganciata dalla razionalità, a base di facili slogan, ostile alla riflessione e al paziente dialogo.
Trump, nello specifico
Trump è stato per quattro anni l’icona mondiale del sovranismo populista. Potrebbe bastare quanto abbiamo detto per sloggiarlo dal piedistallo su cui lo hanno collocato certi cattolici ultraconservatori, ma vediamo nel merito qualche ragione portata da tali settori a favore di Trump:
1.a. la questione aborto
Trump è contro l’aborto, viene detto, Biden no. Lasciamo stare le fake news che attribuiscono a Biden propositi mostruosi, e ammettiamo pure che, come è tradizione del suo partito, sia più pro-choice che pro-life.
Il punto è che essere contro l’aborto, pur essendo giustissimo, non dovrebbe esser la cartina di tornasole privilegiata, se non unica, per determinare il grado di “cattolicità” di un personaggio. Bisogna infatti tenere conto di tutti i fattori: dei bambini nel grembo materno, certo; ma anche di chi muore di fame per un sistema economico ingiusto, o di chi viene ammazzato da certe forze dell’ordine, con la sostanziale copertura si limita a invocare «law and order», non concedendo nulla alla richiesta di giustizia per chi è stato ammazzato.
Insomma, si tratta di essere a favore di tutti i deboli (dei non-ancora-nati e dei già-nati), non solo di alcuni (quelli non nati).
Che l’aborto sia un problema e non il problema era quanto doveva pensare anche il Sabato che, vivente don Giussani e con il suo sostanziale avvallo, a inizio anni ’90, in seguito alla guerra del Golfo, si schierò contro l’antiabortista G.Bush, reo di aver fatto la Guerra del Golfo rovinando i cristiani iracheni, e a favore dell’abortista Bill Clinton, fautore di una politica internazionale non unilateralista. Al Meeting di Rimini si poteva incontrare gente con la maglietta “i clintoniani”. Il che non significava affatto che il Sabato o don Giussani fossero pro-aborto. Semplicemente guardavano all’intero arco dei problemi: non al solo aborto.
Non è che non si debba muoversi contro l’aborto. È che l’aborto, proprio perché è una cosa orribile e un problema serio, va affrontato seriamente, cioè in modo razionale e non strumentalizzato elettoralisticamente con toni da crociata. Altrimenti si rischia di ottenere esattamente l’effetto contrario. Un estremismo richiama un altro estremismo. E questo non va bene.
Dobbiamo ragionare, argomentare. Esistono argomenti troppo validi contro l’aborto perché se ne debba fare una questione urlata e affidata a toni estremistici. Pena il radicalizzare in senso opposto anche chi, davanti a ragionamenti seri, potrebbe avere una posizione più giusta.
Ma c’è un’altra cosa da tener presente, che gli ultraconservatori dimenticano ed è che le leggi, come quella sull’aborto, non le fa il Presidente, ma il Parlamento, anzi le fanno i parlamenti dei diversi Stati che compongono gli USA. Non è quindi in mano al presidente USA far passare delle leggi che i Parlamenti dei diversi Stati non vogliano approvare.
1.b. la questione guerre
Il fatto di non aver fatto guerre, poi, di per sé non significa molto. In effetti anche Hitler non aveva fatto guerre, dal 1933 al 1939: non fare guerre non è sufficiente ad essere davvero per la pace. Bisogna vedere il motivo per cui non le si fa: a) perché si crede in una pace fondata sulla giustizia o b) perché … non si vogliono grane. Sembra che sia stata proprio quest’ultima la motivazione della politica estera di Trump: un unilateralismo isolazionista, che può essere visto come una forma di egoismo nazionale. Ma Giovanni Paolo II, tra gli altri, era contro l’isolazionismo e parlava della necessità e legittimità della «ingerenza umanitaria».
Se un debole è sopraffatto da un potente può essere giusto e necessario intervenire, anche in modo armato. In questo senso non risulta che Trump, per fare un esempio, abbia fatto granché per aiutare i cristiani armeni recentemente massacrati nel Nagorno-Karabakh. Né pare abbia fatto granché per evitare raccapriccianti soprusi subiti da cristiani nel Pakistan, alleato degli USA.
le guerre di Trump
Peraltro, a ben guardare, le sue guerre Trump le ha comunque fatte: la guerra alla Cina, una guerra commerciale senza precedenti, che a un certo punto ha rischiato di diventare guerra guerreggiata, e che forse potrebbe non essere senza relazione col fatto che la Cina, attaccata, ci abbia regalato (più o meno involontariamente) il COVID-19.
E potrebbe non essere errato parlare di guerra agli afroamericani, la cui uccisione ad opera della polizia veniva (pressoché) sempre giustificata dal suprematista Trump.
E c’è stata la guerra agli immigrati: il muro al confine del Messico, tra l’altro per impedire non l’ingresso di islamici fondamentalisti, ma di poveracci di religione (o comunque di mentalità) in genere cristiana cattolica.
Inoltre Trump ha perseguito una politica di guerra agli organismi internazionali, in base a un sovranismo esasperato. Ora mettere un paese contro un altro, dividere, preferire l’atto di forza muscolare e unilaterale al paziente negoziato non pare indice di volontà pacifica. Ed è anche in chiaro contrasto con la dottrina della Chiesa. Si veda quanto papa Francesco pensa della bontà di una realtà di coordinamento internazionale come l’Unione europea.
E anche in politica interna lo stile comunicativo incendiario di Trump tendeva costantemente alla demonizzazione dell’altro, presentandolo come nemico. Non crediamo che sia un caso se i suoi seguaci, seguendo appunto i suoi messaggi bellicosi, hanno finito con l’assaltare il Congresso il 6 gennaio 2021.
conclusioni provvisorie
Ce ne dovrebbe insomma essere quanto basta perché, come minimo, un vero cattolico non scomunichi chi non ha votato Trump. E perché, se proprio voleva votare Trump, lo facesse conservando il suo senso critico, senza toni da crociata e cercando di proporre correzioni a quanto di non cattolico c’è nelle sue posizioni.
2. un bilancio dei 4 anni di Trump: luci ed ombre
Il fatto che Trump non sia da santificare, come fanno gli oltranzisti, non significa negare che abbia fatto anche qualcosa di buono. In effetti fino allo scoppio della pandemia Trump godeva di favori presso un numero di americani maggiore di quello che lo ha votato il 3 novembre. Il motivo principale era che l’economia stava andando bene. Ma anche questo va contestualizzato: era infatti andata molto bene anche l’economia tedesca dal ’33 al ’39, successi strepitosi nel riassorbimento della disoccupazione.
2.a. meriti indebitamente attribuitigli
Leggiamo cose dice un suo ammiratore, l’italiano Meotti:
«Trump è stato eletto per porre fine ai cosiddetti interventi “umanitari” e lo ha fatto. Ha eliminato il Califfo Baghdadi e il Generale Soleimani senza farsi trascinare in nuovi Vietnam.»
Abbiamo già ricordato che gli interventi umanitari li aveva teorizzati Giovanni Paolo II. La vittoria sull’ISIS è dovuta in gran parte ai curdi, che Trump ha usato fin che gli facevano comodo, per poi lasciarli in pasto all’alleato Erdogan, che li ha schiacciati senza tanti scrupoli. Trump insomma ha tradito quei Curdi che si erano fidati di lui ed avevano fatto un servizio enorme alla causa anti-ISIS, sacrificando molte vite.
L’uccisione del generale Soleimani poi è un atto di forza unilaterale estraneo alle norme del diritto internazionale, senza essere stato preceduto da alcun processo. Ha tutta l’aria di essere stato un favore alla destra israeliana.
«È uscito dal ridicolo accordo sul clima di Parigi.»
Papa Francesco nella Laudato Si dice un’altra cosa sul clima, ossia che non si tratta di un problema ridicolo.
«Ha rafforzato la posizione di Israele in Medio Oriente e costretto Emirati Arabi, Sudan e Bahrain a farci la pace.»
In realtà quei tre stati non stavano guerreggiando con Israele. Del resto il loro peso nello scacchiere medio-orientale appare decisamente irrilevante.
Invece aver portato l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme non pare proprio un aiuto alla stabilità nell’area, almeno non secondo Asia News, dato che esacerba gli animi degli arabi.
«Ha osteggiato l’Onu. Ha detto agli europei che dovevano contribuire di più alla propria sicurezza, oltre al proprio luna park sociale.»
L’abbiamo detto: sfasciare gli organismi internazionali, nati dopo la Seconda Guerra Mondiale per garantire al mondo la pace, non è dare un contributo alla pace.
«Ha eletto giudici importanti alla Corte Suprema, nemesi della cultura progressista che vorrebbe l’America simile alla Svezia (penso ad Amy Barrett e alla sua famiglia).»
Il fatto di aver eletto un giudice a pochi giorni dalle elezioni, sia pure in modo formalmente legale, è nella sostanza molto scorretto.
«Ha completamente cambiato il modo in cui gli americani pensano alla propria dipendenza dai prodotti cinesi a buon mercato. Mai prima la Cina ha sentito una minaccia al proprio dumping economico planetario. Quando un paese industriale avanzato non è in grado di produrre mascherine chirurgiche, guanti e gel per le mani e ibuprofene durante una pandemia, significa che la globalizzazione si è spinta troppo oltre. Va rivista per non morire in suo nome.»
Questo sarebbe giusto, se avesse fatto solo questo. Ma Trump non ha solo difeso l’America dalla concorrenza cinese. Ha scatenato una delle maggiori guerre commerciali della storia, che in alcuni momenti ha rischiato, stando ad Asia News, di diventare guerra guerreggiata.
«Ma il più grande risultato di Trump è stato nell’economia. Durante i primi tre anni della sua presidenza, una quota importante di ricchezza è andata ai lavoratori più poveri. Ha portato crescita salariale agli svantaggiati. Ecco perché gli elettori nelle zone dimenticate del paese, i forgotten men che ho descritto due giorni fa, hanno votato per lui nel 2016 e in numero ancora più grande nel 2020. Ecco perché un numero sorprendente di afroamericani si è rivolto a lui quest’anno. Con la “giustizia sociale” le minoranze non mangiano.»
Questo è vero: una sinistra ideologica è spesso astratta. Si tratta però di evitare l’estremo opposto, quello di un pragmatismo cinico.
«Le sue restrizioni all’immigrazione hanno ridotto la concorrenza per gli americani più poveri.»
Qui c’è del vero, ma è una triste verità: mettere dei poveri contro altri poveri. Non è il modo per affrontare la povertà in base alla dottrina sociale della Chiesa.
«Trump tornerà a giocare a golf in Florida. Quella che perde è una certa idea della realtà. (…) Perde la nazione e vince il “villaggio globale”. Perde l’idea che la propria cultura conta e vince il multiculturalismo.»
Ora, è vero che è importante l’identità, ma una vera identità si apre all’altro. Trump è (stato) il leader mondiale di un identitarismo chiuso all’alterità. Non bisogna, certo, cadere nell’accesso opposto, un multiculturalismo che dissolve l’identità nell’alterità: ci vuole equilibrio tra identità e alterità.
2.b. un bilancio
Comunque non è tutto da buttar via quello che ha fatto, e in particolare in economia dei successi li aveva ben raccolti.
Ma poi è venuto il COVID. E sono venute le uccisioni di afroamericani, con le proteste Black lives matter, degenerate in modo inaccettabile con il selvaggio abbattimento di statue di presunti suprematisti. Inaccettabile, ma frutto di una politica suprematista per cui i forti hanno avuto mano libera nello schiacciare i deboli. E Trump ha difeso, anche stavolta, i forti, i poliziotti armati che uccidevano i neri, non concedendo alcuna legittimità alle proteste, insistendo solo su law and order.
Probabilmente se non ci fosse stato il COVID Trump non avrebbe perso.
Anche per questo e anche per il numero non esiguo di voti raccolto da Trump, Biden farà bene ad ascoltare l’America che ha votato Trump e a cercare di valorizzarne il più possibile le istanze legittime. Con uno stile dialogico.