in morte di papa Francesco

A papa Francesco vanno anzitutto riconosciuti dei grandi meriti: aver voltato decisamente pagina rispetto al progetto teo-con di riportare il cattolicesimo tra la gente per via legislativa. Non si parte dall’alto, ma dal basso: i suoi richiami a una missionarietà non proselitistica e non impositiva sono una pietra miliare, che dobbiamo chiedere al Mistero possa permeare sempre di più lo stile della Chiesa.

Un altro suo grosso merito è di aver bilanciato la ossesssiva unilateralità dell’ultraconservatorismo per certi temi, come l’aborto e l’opposizione al “gender”, ricordando che esistono anche altri temi, non meno importanti, come la giustizia sociale, la solidarietà con gli ultimi, e, perché no?, la questione ambientale (alla quale ha dedicato ben due encicliche). Così l’arco dell’impegno del cristiano nel mondo si trova riequilibrato a 360°, e non più dimezzato e zoppo.

Un altro suo merito personale è quello di aver testimoniato una scelta, effettivamente francescana, di povertà: la sua rinuncia alla sontuosità, a livello di abitazione, come a qualsiasi altro livello, è una grande e importante testimonianza.

La sua insistenza più sulla prassi che sul fondamento ontologico della prassi poi non va vista come assenza di fede o riduzione volontaristico-attivistica della vita cristiana. Semplicemente deliranti sono state le accuse, che per qualche tempo gli vennero mosse, di relativismo adogmatico.

Qualche limite tuttavia si è manifestato anche in lui (come del resto in ogni essere umano, e quindi anche in ogni papa). Mi verrebbe da sintetizzarne la radice in qualcosa di tipicamente gesuitico: la possibilità che l’accettazione (e la valorizzazione) dell’esistente così com’è, possa scivolare verso un adattamento all’esistente. Rinunciando a una adeguata componente di discernimento valutativo e di manifestazione di un giudizio netto. E’ qualcosa che nella storia della Compagnia di Gesù si era manifestato ad esempio con la casuistica. Questo adattamento all’esistente, che non lo ha visto esercitare fino in fondo una chiarezza di giudizio, lo si è visto in dversi suoi interventi sull’Ucraina, che hanno oggettivamente giocato a favore dell’aggressore. Così come in certe sue scelte relative a manifestazioni “carismatiche” del Mistero: penso alle apparizioni di Medjugorje (su cui egli ha a lungo manifestato qualche scetticismo) o alla questione dei movimenti (dove la sua azione appare compatibile con uno scetticismo sulla possiblità che il Mistero si riveli in modo speciale, “in una parte più e meno altrove”, per dirla con Dante). Egli insomma è parso piuttosto scettico sulle intensificazioni dell’autocomunicazione del Mistero, e propenso a preferire una vita cristiana “moyenne” (mi riferisco a uno dei suoi scrittori preriti, Joseph Malègue, che insistiva sulle “classes moyennes de la sainteté”). Come se il Mistero si rivelasse a tutti sempre nello stesso modo (in questo vi è certamente una componente egualitaristica che gli rendeva antipatico qualsiasi cosa potesse anche solo lontanamente apparire elitario).

Nonostante questi limiti, rimane che papa Francesco è stato un grande papa, e un uomo di fede genuina e forte. Preghiamo che quanto di buono lui ha seminato (e non è poco) possa fiorire, e quanto di meno buono ha fatto possa essere riassorbito dalla potenza ricreatrice del Mistero.

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Author: intellectualia