Hanno fatto morire, per interruzione di alimentazione e idratazione (seppur, mi si dice, mitigata dalla sedazione profonda che lo rendeva non più in grado di sentire dolore) Vincent Lambert, immobilizzato da molti anni, in stato sostanzialmente vegetativo e impossibilitato a comunicare con gli altri.
Questa scelta, voluta soprattutto dalla moglie, ma che trova molto contrari i genitori, mi turba e rattrista profondamente, perché mi appare priva di motivazioni adeguate: sarebbe giusta se fossimo in presenza di accanimento terapeutico. Ma le persone che “rispettano” questa scelta non hanno saputo darmi altra motivazione che quella del rispetto della volontà della moglie, come previsto dalla legge francese. Troppo poco. La volontà della moglie può bastare per la legge positiva, ma non basta a rendere buono qualcosa che tale non fosse intrinsecamente; basta giuridicamente, ma non eticamente.
A me pare infatti che non ci sia evidenza incontrovertibile che ci troviamo di fronte ad accanimento terapeutico. Se ne può discutere: quindi c’è incertezza. E se c’è incertezza, è senza dubbio meglio optare per la vita, che non per la morte. Non possiamo infatti decidere noi quando morire: spetta al Mistero creatore, chiamiamolo Dio, ma questa parola può generare l’equivoco di credere di avere capito tutto di Lui, mentre è Mistero (si comprehendis non est Deum, diceva S.Agostino).
Certo, però, capisco che questo è un discorso che può non convincere chi credente non è: per chi non ha la speranza in una ricompensa ultraterrena, le sofferenze che affrontiamo in questa vita sono non riscattabili, non redente, quindi uno non le accetta se vanno oltre un certo limite. Mentre un credente accetta la vita incondizionatamente, anche quando cioè essa è diversa dai suoi progetti e dolorosa, un non credente accetta la vita condizionatamente: solo nella misura in cui rientra in certe condizioni, in particolare a patto che la sofferenza non superi una certa soglia.
Che dire? Direi che nessuno può escludere l’esistenza del Mistero: tra il riconoscimento della Sua esistenza e la Sua negazione c’è asimmetria. Mentre esistono persone che affermano di fare una tale esperienza di realizzazione umana, personale e interpersonale, da aver maturato una ragionevole certezza nella necessità di ammettere qualcosa oltre il visibile, non esiste la possibilità simmetrica, non esistono persone che possano argomentare con certezza la non-esistenza di Dio. Tutti gli argomenti infatti che si possono portare contro la Sua esistenza possono essere controbattuti.
Ma c’è una riflessione da fare: perché c’è gente che vuole interrompere la vita di Vincent? Perché c’è gente che non crede in Dio. Ma perché c’è gente che non crede in Dio? Anche per colpa di coloro che dicono di credere in Lui e attuano comportamenti che rendono odiosa la credenza in Dio. Non tanto, si badi bene, per via di incoerenze etiche, di debolezza morali, perché questo può suscitare derisione, ma non odio; quanto invece per il loro modo intollerante e presuntuoso di presentare la fede, come un loro possesso, che li autorizza ad atteggiamenti di intolleranza e violenza (non di rado, soprattutto in passato, non solo verbale), che li autorizza a distribuire a destra e a manca patenti di candidature all’inferno, che li autorizza a credersi quelli che hanno capito tutto mentre gli altri non vogliono capire niente, il che fa sì che i non (ancora) credenti siano spinti a pensare a un Dio perennemente adirato, arcigno, vendicativo, implacabile: da evitare.
I segni dei tempi dicono che dobbiamo tutti umilmente imparare, e imparare gli uni dagli altri (lo riconosceva anche l’allora card. Ratzinger in un celebre dibattito con Habermas nel 2004). Certo, chi ha il dono della fede ha una certezza, ma questa certezza deve poggiare sulla sua esperienza e non su idee (e valori) che uno pensa di aver capito una volta per tutte e di cui uno si senta padrone e che tende ad usare come una clava. Questa certezza è un dono, non un possesso, un dono da comunicare nel rapporto personale più e prima che da cercare di imporre per via legislativa, non passando cioè attraverso la libertà. Ma qua, parlando della legge positiva, della legge dello Stato, si apre un altro capitolo. Ci ritorneremo.