indebita propaganda?
«Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.» (Mt, 5, 14/5)
«Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima» (Mt, 10, 27/8)
«Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo.» (Mt, 28, 18/9)
«Chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo, quando verrà nella gloria sua e del Padre.» (Lc, 9, 26)
Quella di battezzare la notte di Pasqua in S.Pietro alcuni catecumeni tra cui il ben conosciuto Magdi Allam è stata una operazione di marketing, una inaccettabile “commercializzazione” della fede? Come se Allam fosse stato il testimonial di un prodotto (la fede cristiana): con in mano il barattolo di marmellata sacra Allam avrebbe detto: «provatela, è buonissima»; e dietro il papa che si fregava le mani pensando «adesso le vendite di marmellata sacra aumentarenno e io realizzerò lauti profitti».
In realtà è vero che la missione, compito irrinunciabile di ogni cristiano, è diversa dalla propaganda: non si fa come si può fare una campagna pubblicitaria, ma testimoniando con la propria vita che ci è accaduto un Evento più grande di noi. Con timore e tremore. Dunque l’obiezione non è del tutto infondata.
Però, in primo luogo, pubblico non equivale a pubblicitario (nel senso deteriore del termine): la pubblicità in senso deteriore prescinde del tutto da ciò che un acquirente pensa, prova e vive (a un pubblicitario basta far vendere, a qualunque costo); un gesto invece può essere pubblico, senza essere pubblicitario, se interpella l’intelligenza e la libertà di chi vi partecipa anche da lontano. Così non si può definre propaganda il fatto che Giovanni Paolo II facesse catachesi pubbliche davanti, certe volte, a milioni di persone: era un gesto pubblico, eccome, e ripreso dalle telecamere di tutto il mondo, eppure non era pubblicitario.
Per cui l’obiezione sarebbe giusta solo se il Papa si fosse riproposto, battezzando in modo così solenne Allam, di spingere molta gente a farsi battezzare giusto per provare una moda, alla leggera, senza un personale cammino di profonda convinzione.
In realtà non è questo lo spirito del gesto della notte di Pasqua: il papa non ha voluto mietere adesioni superficiali, di comodo o di facciata; la fede non è un’ideologia a cui si possa aderire alla leggera; è una cosa seria, è un incontro personale con il Tu dell’Uomo-Dio, vivente nella Chiesa.
No, il Papa non ha fatto il telepredicatore protestante americano. Non solo non si potrebbe trovare nella sua omelia alcun accento trionfalistico, ma non si trova, nelle sue parole, alcun accenno alla presenza, tra i battezzati, del noto giornalista islamico, né alcun invito, nemmeno implicito, a frettolose e superficiali conversioni (magari ideologicamente motivate).
Se non è stato un gesto di propaganda (commercial-superficiale) perché si è data tanta visibilità all’evento?
Non per invogliare chi non è ancora convinto a convertirsi, ma per liberare dalla paura di essere ammazzato chi già è convinto, per un personale e intimo cammino. Anche nei paesi occidentali chi decide di convertirsi dall’islam infatti subisce pesantissime ritorsioni da parte dei suoi ex-correligionari islamici. E tra queste ritorsioni c’è la pena di morte.
C’è di mezzo la vita di migliaia e migliaia di persone che vivono nel terrore di essere ammazzate per essersi convertiti dall’Islam al Cristianesimo.
Non è giusto, è vigliacco abbandonarli. Se già chunque creda nella libertà e nei diritti umani sarebbe un vigliacco ad abbandare chi rischia la vita, il vicario di Cristo non può, a maggior ragione, abbandonare sue percorelle in pericolo. Dunque il Papa bene ha fatto a cercare di infrangere un odioso tabù.
Certo, non si può spingere a credere con mezzi televisivi, ma si può, anche con tali mezzi, cercare di affermare un principio, quello che credere deve essere un atto libero, di cui non vergognarsi, e quindi da poter rendere pubblico. Non si tratta dunque di dire «fatevi battezzare tutti», bensì «sentitevi liberi di dirlo», «liberatevi dalla paura di rendere pubblica la vostra fede». La fede è un fatto personale, anzi personalissimo, ma la libertà di prfessarla è un fatto di rilevanza pubblica, che non può e non dovrebbe lasciare indifferente nessuno. Nessuno, almeno, che abbia a cuore la libertà, e la democrazia.
Rendere pubblica una conversione tabù, per aiutare moltissimi, che vivono nel terrore, a vincere un tabù e per disarmare la mano dei loro potenziali carnefici. Visto che si uccide meglio nell’indiffernza generale che dove si è creata una sensibilità. Si uccide meglio al buio che alla luce del sole.
Esattamente come farebbe bene il papa a ricevere con la massima solennità e pubblicità chiunque fosse personaggio-simbolo di una realtà perseguitata. Non si aiutano le vittime del racket, ad esempio, tacendo sulla realtà del racket, ma facendo al contrario il massimo di chiasso su tale scandalosa situazione. Così non si aiutano persone minacciate di morte per le loro scelte religiose, tacendo e nascondendo, ma al contrario dando al problema la massima pubblicità possibile.
un indebito senso di speriorità?
«Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre.» (1Gv, 2, 23)
Questa obiezione è talmente stupida che non merita molto spazio: il papa avrebbe sbagliato affermando la superiorità del Cristianesimo. Che bella scoperta!
Superiorità qui non vuol dire che i cristiani siano superiori, nel senso di migliori degli altri; molto più semplicemente vuol dire che il Cristianesimo è vero. Superiorità, primato = verità: e chi se lo immagina, non dico un papa, ma un comune cristiano, che neghi che il Cristianesimo sia vero?
Dunque se è vero è superiore a qualunque altra interpretazione del senso ultimo della realtà, islam compreso.
Così come un mussulmano, ci mancherebbe, è convinto che l’islam sia superiore, così come un buddista è concinto che il buddismo sia superiore.
Ma ve lo immaginate uno crede in qualcosa che non crede sia vero?
Dunque dove sarebbe il problema?
fattore di divisione?
«segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc, 2, 34/5)
«Parlano di pace al loro prossimo, ma hanno la malizia nel cuore» (Sal 28, 3)
«Più untuosa del burro è la sua bocca, ma nel cuore ha la guerra» (Sal 54)
Un’altra accusa è che il gesto di battezzare pubblicamente Allam avrebbe costituito una offesa all’islam, un elemento di divisione invece che di dialogo e riconciliazione.
Si potrebbe rispondere anzitutto che nel mondo islamico le conversioni dal Cristianesimo all’islam vengono, eccome, e con che chiasso, pubblicizzate e sbandierate. Con tifo da stadio. E ripetute e straripetute per esempio alla radio, accesa a volume altissimo anche nei supermercati e sui mezzi di trasporto pubblici, accompagnate da ovazioni scroscianti. Eppure i cristiani non si offendono. Nè protestano. Perché i cristiani non si offendono e i mussulmani dovrebbero offendersi?
Il dialogo è una bella cosa, ma perché ci sia dialogo occorre che i dialoganti siano sinceri e ben disposti reciprocamente. Non c’è dialogo se da una parte ci sono gravi riserve mentali, se a parole si dice qualcosa di ben diverso da ciò che davvero, profondamente si pensa.
Ora il dialogo lo si fa con chi rispetta l’altro. Una religione che non rispettasse la libertà religiosa non sarebbe rispettosa dell’altro, e dunque non potrebbe pretendere di essere un interlocutore attendibile.
Il gesto del battesimo di Allam, come quello del discorso di Ratisbona, hanno allora una valenza anche provocatoria: si potrebbe dire che è un «segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc, 2, 34/5), pensieri che altrimenti resterebbero coperti sotto una coltre di formale, ma falsa e ipocrita apparenza di bontà e di cortesia, facili parole contraddette dai fatti.
Davanti a quelle provocazioni si vede chi, nell’islam, è davvero moderato e pacifico, discernendolo meglio da chi «nel cuore ha la guerra» (Sal 54).
Con chi è davvero moderato ha senso dialogare.
Con chi non lo è, dialogare sarebbe solo perdere tempo facendosi prendere in giro.