DICO: un deficit di riflessione

Sembra che su questo tema ci sia un deficit di riflessione. Né deve stupire, visto che l’argomento è imbarazzante e tutti preferiscono scansarlo il più possibile.
Ma qualcosa ci sembra si possa osservare. La questione non è solo filosofica o teologica, ma anche scientifica.
Lo è un po’ come la questione dell’eliocentrismo, o quella dell’evoluzionismo, o della natura dell’embrione.
In tutti questi casi c’è un risvolto filosofico-teologico, con un valore teologico (legato al dogma) da salvare: nel caso della posizione della Terra è il valore dell’uomo, centrale nella natura perché ad essa superiore; nel caso dell’origine dell’uomo esso è la discontinuità dell’uomo dagli animali, la sua superiorità per la presenza in lui di un fattore irriducibile alla materia, l’anima; nel caso della sacralità della vita, esso è appunto la non-manipolabilità della vita umana, indipendentemente da fattori misurabili.
Ma, in tutti questi casi, c’è anche un risvolto scientifico: se la terra sia o no al centro fisico dell’universo non lo può dire la fede, spetta alla scienza determinarlo, in base alle sue procedure metodologiche; se il corpo umano derivi o meno dalla evoluzione del corpo di animali (scimmie) spetta alla scienza stabilirlo, in base alle sue procedure; così, infine, la scienza ha avuto una grande importanza nel determinare che l’embrione appena concepito ha già in sé tutto il corredo genetico che poi andrà sviluppandosi nella crescita successiva.
Prendiamo quest’ultimo caso: finché la scienza non aveva chiarito questo punto, ci potevano essere delle esitazioni teologiche nell’attribuire piena dignità umana all’embrione appena concepito, come poi in effetti ce ne sono state, anche nello stesso S.Tommaso. Dunque oggi la teologia può dire con più precisione quello che dice sulla sacralità della vita umana fin dal concepimento, proprio grazie a delle informazioni nuove, che nel corso della storia della scienza sono emerse. Se non fossero emerse, ci sarebbe comunque stato il principio teologico “non uccidere”, ma sarebbe cambiato qualcosa nella determinazione di quando esattamente cominci la vita umana, nel grembo materno.
Non è cambiato il valore fondamentale, è cambiata la strada per affermarlo, nel senso che si è meglio precisata grazie alla scienza.
Così era accaduto col caso Copernico-Galileo: il valore irrinunciabile era, giustamente, la centralità valoriale dell’uomo, vista per molto tempo come assicurata solo da una sua centralità anche fisico-spaziale; si è visto a un certo punto, anche se non in modo del tutto indolore, che tale valore poteva benissimo essere affermato per una via diversa dal geocentrismo tolemaico.
Così è accaduto per l’evoluzionismo: giustamente la Chiesa ha affermato come irrinunciabile il valore (filosofico-teologico) della discontinuità animali-uomo; a un certo punto ha capito che tale valore poteva anche passare per una strada diversa dalla interpretazione letterale del Genesi, con la creazione di Adamo dal fango.

Qualcosa di simile potrebbe accadere per la questione della sessualità: c’è un valore filosofico-teologico, ma c’è anche un risvolto scientifico, c’è, o ci potrebbe essere qualcosa da capire che non si è ancora capito fino in fondo. Il valore assoluto, irrinunciabile è che la vita sessuale è dignitosa, ed etica, quando è rapporto non tra due corpi, ma tra due tu, che si guardano come dei tu, e vogliono il bene integrale dell’altro, cioè il suo destino, e perciò hanno come orizzonte la totalità (deve insomma “c’entrare con le stelle”).
Forse c’è qualcosa ancora da chiarire, che la scienza non ha ancora chiarito. Poiché spetta alla scienza cercare di determinare, al suo specifico livello, analitico-sperimentale, la natura e le cause del fenomeno delle forme “alternative” di sessualità. Benché il quadro essenziale di riferimento teologico non possa subire sostanziali variazioni, dall’età apostolica alla fine della storia, qualche aggiustamento marginale, dovuto alla precisazione dei contorni scientifici, potrebbe anche essere messo in preventivo.
Per esempio la scienza (della psiche) ha già raggiunto un ragionevole grado di certezza che non esiste una differenza qualitativa tra chi sarebbe eterosessuale e chi no: esiste un “continuum” con differenze quantitative, che solo fenomeni di “labeling”, di discriminazione ipocrita hanno reso non percepibile, facendo invece credere a una netta discontinuità tra normali e diversi.
Questo risultato non è ancora stato elaborato dalla riflessione filosofica e teologica, e men che meno dalla pratica “pastorale”. Speriamo che nei prossimi 500 anni qualcosa si faccia…
Nel frattempo il problema (pratico) è duplice: da un lato circoscrivere il più possibile i comportamenti omosessuali (l’ideale sarebbe azzerarli), dall’altro evitare forme discriminatorie e vessatorie. Questi due risultati sono solo apparentemente contraddittori e alternativi, perché è proprio la consapevolezza della non-differenza qualitativa tra “normali” e “diversi” che evita da un lato una discriminazione “antipatica” e dall’altro smussa uno degli argomenti, più o meno consci, più forti che spingono chi si crede diverso a comportamenti omosessuali.

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Author: intellectualia

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