un epilogo coerente

Quanto è avvenuto il 6 gennaio è un epilogo prevedibile data l’ostinazione cui cui Trump ha insistito nella denuncia di presunti brogli, che tutti gli organi di controllo hanno smentito; del resto è anche perfettamente coerente con lo stile prepotente di Trump, un miliardario abituato ad essere obbedito senza incontrare resistenze (viene in mente il film Potere assoluto di Clint Eastwood). Si direbbe che egli non possa sopportare l’idea che qualcuno lo contraddica, e meno ancora l’idea di essere sconfitto.

Trump non è il primo miliardario ad arrivare al potere: in Italia c’è stato Berlusconi. Ma c’è la grossa differenza che il cavaliere sapeva e sa sorridere e anche sorridere di sé stesso. Trump, direi proprio di no: difetta seriamente di autoironia e di senso dello humor. E così i suoi seguaci.

Ma che senso delle istituzioni ha un presidente che, dopo che tutti gli organi di controllo elettorale, previsti dalla Costituzione e dalle leggi degli Stai Uniti, si erano espressi smentendo presunti brogli, incita i suoi a rovesciare il verdetto delle elezioni quale era stato da tali organi sancito?

Lasciamo pur stare la considerazione, che pure dovrebbe essere ovvia, che i brogli è decisamente più facile che li faccia chi ha il potere, che non chi è all’opposizione. Ammettiamo pure, parafrasando Andreotti, che il potere indebolisca chi ce l’ha. Lasciamo anche stare il fatto inusitato negli Stati Uniti che mesi prima delle elezioni Trump avesse messo le mani avanti, dicendo che ci sarebbero stati brogli e non garantendo una transizione pacifica del potere, in caso di sua sconfitta.

Resterebbe comunque che se uno ha degli elementi per dire che temi dei brogli nelle elezioni non ancora svoltesi, dovrebbe presentarli nelle sedi istituzionali previste dalla democrazia americana. E non aizzare i suoi fans, tra cui dei neonazisti dichiarati, ad armarsi e ad andare presso i seggi elettorali facendo intollerabili pressioni sugli scrutatori. Come è accaduto.

Se uno poi, a elezioni già svolte, ha degli elementi validi per dire che ci sono stati dei brogli dovrebbe presentarli nelle sedi istituzionali previste dalla democrazia americana e attenersi al verdetto degli organi di controllo da quella previsti. Organi di controllo che hanno unanimemente respinto i ricorsi dei legali di Trump per presunti brogli.

Da notare che Trump ha sostenuto, non si capisce in base a quali fonti di informazione, di aver «vinto a valanga», quando i voti accertati da tutti gli organi di controllo hanno visto il suo rivale Biden in vantaggio più di 7 milioni di voti. Per vincere «a valanga» Trump avrebbe dovuto prendere almeno il doppio di tale vantaggio, cioè 14 milioni di voti in più di Biden. Il che significa che i brogli sarebbero consistiti nella manipolazione illegale di circa 14 milioni di voti. Il che appare francamente impossibile in una democrazia consolidata come gli Stati Uniti.

In democrazia si accetta il responso degli organi previsti dalla Costituzione e dalle leggi vigenti, non si continua a parlare di «elezioni rubate», perché a quel punto a commettere il «furto» non sarebbero più ignoti, ma le stesse istituzioni democratiche. E se uno afferma che le istituzioni tradiscono il (suo) popolo, sta di fatto incitando, per quanto non esplicitamente, il (suo) popolo a ribellarsi alle istituzioni che lo tradiscono.

Non ci si deve allora stupire che ci sia gente che non si fida più di quelle istituzioni che hanno certificato in tutte le sedi l’inesistenza di brogli, e ne trae la conseguenza che bisogna rovesciare le istituzioni. Come è avvenuto il 6 gennaio.

Un fatto gravissimo. Mussolini aveva minacciato di fare del Parlamento, «aula sorda e grigia», «un bivacco di manipoli»: l’aveva minacciato, ma non aveva osato farlo. Hitler ha sì fatto incendiare il Parlamento, il Reichstag, ma nottetempo e nascondendo la mano con cui lo faceva, e attribuendo l’incendio ai comunisti. Dimostrando in ciò un pudore che Trump non ha avuto. Lui ha chiesto ai suoi sostenitori, alla luce del sole, di lottare perché non gli venisse «rubata» la vittoria, e li ha convocati esattamente il giorno in cui avrebbe dovuto esserci l’ultima, definitiva ratifica della sua sconfitta, ed esattamente davanti a quel Parlamento che avrebbe dovuto sancire tale ratifica. Non li ha convocati il giorno prima. Non li ha convocati in un altro luogo. Li ha convocati nel momento e nel luogo in cui avrebbe dovuto avvenire, in modo libero e senza pressioni violente, uno degli atti più solenni della vita democrazia degli Stati Uniti. Lui ha fatto quello che nemmeno Mussolini e Hitler avevano osato fare: l’assalto al Parlamento.

È vero che nell’assalto al Congresso dei fans di Trump c’è stato qualcosa di farsesco, di burlesco, un po’ venato di un minimo di autoironia. Ma resta il fatto che ci sono comunque stati dei morti, anche tre le forze dell’ordine, e che entrare, con la violenza, in uno dei luoghi più “sacri” della democrazia americana e mondiale non può essere ridotto a uno scherzo goliardico, per quanto pesante.

I senatori repubblicani, respingendo il secondo impeachment il 13 febbraio 2021, hanno preferito non sanzionare un Presidente che aizza i suoi fans ad assaltare il Parlamento. Solo in 7 senatori repubblicani hanno votato, credo, secondo coscienza. Gli altri hanno preferito considerazioni di convenienza elettorale: nel 2022 ci saranno le elezioni di medio termine e Trump è uno che attira molti voti. Più voti di quanti il Great Old Party ne avesse mai raccolti. Si sono anteposti interessi di botteghino elettorale alla salvaguardia della Costituzione.

Ma per completezza chiediamoci: c’è qualcosa di vero nelle accuse trumpiane di brogli?

1) Anzitutto diciamo che è comprensibile che un presidente che aveva ottenuto dei buoni risultati sul piano economico, risultati che avevano trovato apprezzamento anche in ceti popolari, ci resti un po’ male ad essere sconfitto. Ma Trump è in buona parte responsabile di questo: la sua sconfitta è dovuta soprattutto al COVID, che ha causato sotto la sua presidenza più di 400.000 morti, più dei soldati americani morti nella seconda guerra mondiale. Ora, non è che Trump abbia sbagliato tutto nella gestione del COVID: la sua linea era di privilegiare l’economia rispetto alla salute. E questo ha una sua logica, cara soprattutto a quei ceti imprenditoriali che sono la spina dorsale del suo elettorato.

Ma, a monte, dobbiamo chiederci: non ha Trump nessuna colpa per l’originarsi del COVID? Da dove viene il COVID? Non viene forse dalla Cina? E non aveva Trump scatenato una guerra (commerciale, almeno al momento) contro la Cina? Siamo sicuri che lo stato di guerra in cui Trump ha messo la Cina non c’entri niente con la diffusione del COVID? Non sto pensando che il virus sia stato fabbricato ad arte. Ma in qualche modo mi viene il sospetto che lo stato di guerra in cui la Cina si è venuta a trovare, ad opera di Trump, c’entri qualcosa con il modo a dir poco maldestro con cui la Repubblica Popolare ha gestito la vicenda. Finendo poco danneggiata e riuscendo, grazie al COVID, a non far rieleggere il suo nemico Trump. Non ho comunque certezze su questo, solo ipotesi. Incompiute e criticabili.

2) In secondo luogo Trump se l’è presa col voto postale. Ora, è un dato che il tipico elettore di Biden, come in genere la sinistra in tutto il mondo (tranne molti giovani, di sinistra), ha un atteggiamento meno spavaldo, verso il rischio di contrarre il virus, di quanto non lo abbia il tipico elettore di Trump. Quindi era prevedibile che molti elettori di Biden, per timore di contrarre il virus votando in presenza, scegliessero il voto postale, una modalità di voto già prevista nelle elezioni precedenti, ma che certo nel 2020 è stata utilizzata in modo molto più esteso. Ma la spiegazione non è che in tal modo lo schieramento pro-Biden mirasse a imbrogliare, sperando di farla franca, perché comunque i controlli in una democrazia come quella americana ci sono e sono rigorosi. Piuttosto si tratta molto semplicemente di paura del virus, che gli elettori di Biden avevano, statisticamente molto più degli elettori di Trump. Il quale ha dimostrato, nel momento in cui è risultato positivo, di disprezzare profondamente le cautele e le paure del COVID, facendo come se fosse anche meno di un’influenza. E lo si capisce, visto che ha potuto avvalersi di cure, che a un “comune mortale” sono, per motivi economici, precluse.

Il tentativo fatto da Trump di togliere il voto a cittadini che avevano paura di contrarre il virus, delegittimando il voto postale, appare come un’ulteriore prova della sua arrogante volontà di vincere a qualsiasi costo.

l’esclusione dai social

Trump è stato bannato da alcuni, importanti, social. Si è gridato all’attentato alla libertà di espressione. Vediamo se è davvero così.

1. Da un punto di vista formale. Se l’esclusione di Trump da certi social fosse stata illegale, cioè confliggente con le leggi vigenti negli Stati Uniti, certamente i suoi legali l’avrebbero impugnata presso la magistratura e ne avrebbero ottenuto la revoca. Ma questo non è accaduto. Perché?

a) Anzitutto un social è uno spazio privato: i politici, prima che esistesse il web 2.0, erano sempre riusciti a comunicare col mondo, usando prima la stampa, poi la radio e la televisione e infine il web 1.0. Certo, oggi i social sono importanti, ma sono comunque uno spazio privato, a cui accede chi vuole. Uno dei tanti spazi. Togliere la parola su un social non equivale a togliere la parola tout court. Esistono infatti molti altri modi per comunicare.

b) In secondo luogo un social è uno spazio privato dove vigono delle regole. Delle regole che uno accetta quando si iscrive ad esso. Quando uno si iscrive a un social dichiara di aver letto e approvato un certo contratto. Con certe regole. Che poi quasi nessuno legga il contratto è vero, ma ciò non toglie che uno sottoscrive un contratto con il proprietario, privato, del social. E se in questo contratto c’è scritto che tu, facendo certe cose, perdi il diritto di usare di quel social, che oltretutto ti è stato messo a disposizione gratis, non hai il diritto di lamentarti se tu fai le cose che ti era stato espressamente detto di non fare e vieni di conseguenza sanzionato. Sarebbe come se un negoziante avesse esposto un cartello in cui vieta di entrare nel suo negozio con gli stivali infangati: se uno entra con gli stivali infangati e viene cacciato fuori non ha il diritto di lamentarsi. Un mio amico ha osservato: in questo caso però il negozio è l’unico. Io gli ho risposto che non è l’unico, ma il più frequentato (e quindi il più desiderabile come “cassa di risonanza”). E infatti chi tifa per Trump ha scelto altri social, dopo che egli era stato bannato.

c) In terzo luogo, Trump non è certo il primo utente di social ad essere bannato. Si tratta di una procedura abbastanza comune.

2. Da un punto di vista sostanziale. Si dirà che è tutto vero, ma … insomma, si tratta pur sempre di un presidente degli Stati Uniti: «trattarlo così…». «Poveretto!» Risponderei che, si tratta di un presidente USA che incita, per quanto implicitamente, all’eversione istituzionale, cioè fa la cosa più grave che un politico, tanto più se ricopre una importante carica istituzionale, possa fare. Eversione istituzionale infatti significa che tu non riconosci più la legittimità delle istituzioni, dato che non accetti l’esecutività del loro verdetto definitivo e quindi, almeno implicitamente, inciti a rovesciarle con la violenza, come abbiamo sopra visto.

È vero che uno può negare la correttezza di una decisione istituzionale, ad esempio di una sentenza della magistratura, definendola una sentenza ingiusta: ma intanto ne accetta l’esecutività. Analogamente uno può contestare la correttezza di una decisione del potere esecutivo o del potere legislativo, ma intanto accetta l’esecutività dei provvedimenti o delle leggi, che pur contesta. Lo ricordava già Spinoza nel ’600. Trump invece, continuando a dire «sarà una lunga battaglia, ma vinceremo», anche dopo che tutti gli organi di controllo elettorale previsti dalla democrazia si erano espressi in modo definitivo, ha alluso a una battaglia extra-legale. Cioè contro le istituzioni. Quelle istituzioni che garantiscono la pace civile. E il cui rovesciamento, quindi, significa la fine della pace civile, e quindi la guerra civile.

Pertanto escluderlo dai social potrebbe non essere eccessivo, se ciò fosse utile a evitare la guerra civile. A meno che uno consideri la guerra civile, esito inevitabile di una eversione istituzionale coerentemente perseguita, come cosa buona. Se ricordiamo gli orrori della guerra civile in Italia tra il settembre ’43 e l’aprile ’45, o quelli della guerra civile nella ex-Yugoslavia degli anni ‘90, dovremmo essere un po’ cauti nell’auspicarne una replica.

Resta comunque vero che meno si proibisce, meglio è. E’ meglio rispondere alla menzogna con la verità, piuttosto che con divieti, che possono essere presi per imbavagliamenti.

Inoltre sarebbe bene chiedersi perché non poche persone seguano le fake news populiste: senza comprendere le ragioni che spingono a credere anche a delle menzogne, non si può pensare di svuotare il populismo della sua forza, che è l’elettorato. Il populismo ha delle ragioni, che devono essere capite e valorizzate, il più possibile, con modalità e sbocchi, certo, non populisti. Si tratta insomma di non ignorare la domanda, a cui viene data una risposta sbagliata. Ma è sbagliata la risposta, non la domanda.

[15-16 febbraio 2021]

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Author: intellectualia