Napolitano, il 25 febbraio 2007, ha rimandato alle Camere il dimissionario
governo Prodi2. Ha motivato tale scelta con l’assenza di alternative: solo il
centro-destra chiedeva di andare alle urne, se fosse stato impossibile
formare un governo di “responsabilità nazionale”, mentre l’Unione chiedeva
(ri)compatta(ta) una conferma del Prodi2, rilanciata dalla approvazione dei
12 punti, che di fatto tagliano fuori delle questioni spinose, ma presenti
nel programma presentato agli elettori, come i DICO.
E’ un pasticcio, noi diciamo. Perché? Perché ha finto che il problema che ha
causato la crisi fosse un, non nuovo nella storia della Repubblica, problema
di mancato chiarimento tra le forze politiche che sostengono il governo: una
volta che tale chiarimento, coi 12 punti, fosse avvenuto, il problema sarebbe
stato risolto.
Ma così non è: a) anzitutto perché questa “maggioranza” ha una legittimazione
popolare quantomeno dubbia, essendovi troppi motivi per ritenere frutto di
brogli il risultato elettorale;
b) ma poi perché ciò su cui è caduto Prodi il 22 febbaio non è il dissenso di
certe forze politiche, ma il dissenso di certi singoli parlamentari, che
hanno detto a chiare lettere che sulle medesime questioni voterebbero nel
medesimo modo. Anzi, altri parlamentari dell’estrema sinistra si
aggiungerebbero ai due dissidenti.
Quindi non basta un chiarimento tra partiti: sarebbe stato necessario un
chiarimento a livello di singoli parlamentari. E questo a motivo anche della
incredibilmente risicata maggioranza al Senato.
Del tutto scandaloso è poi il comprare voti di transfughi dal centro-destra;
lo è moralmente, e politicamente pone un serio problema istituzionale: se si
dice che ci può essere solo una maggioranza di governo, quella (che sarebbe
stata [al netto dei brogli]) indicata dagli elettori, e in forza di tale
ragionamento si rifiuta un governo di “responsabilità nazionale”, non si
capisce poi con quale coerenza si allarghi la maggioranza così da snaturarne
la fisionomia politica; perché questo è ciò che Follini pensa di fare,
spostando più “al centro” l’asse del governo: ora i casi sono due, o Follini
è folle, e allora è immorale chiedere il voto a un demente, o ha qualche
ragione, e allora non regge più la difesa della intagibilità della fisionomia
politica originaria della maggioranza.
i senatori a vita
Si tratta di una istituzione da ripensare: avevano senso nell’architettura
della Prima Repubblica, con il suo sistema proporzionale, che creava un
grande Centro e due ali estreme che mai accedevano al governo; lì erano dei
vecchi saggi, il cui voto era destinato a rimanere comunque politicamente
ininfluente, qualcosa di più che altro ornamentale e folkloristico.
In un sistema, invece, bipolare rischiano di risultare politicamente
determinanti, come appunto sta accadendo nell’attuale legislatura.
Il che è uno snaturamento della loro funzione, di personalità prive di mandato
popolare e politico. Tant’è che un senatore a vita può benissimo essere uno
che di politica non se ne intende granché, un artista, un imprenditore, uno
scienziato. Possibile che da loro debbe dipendere l’esistenza di una
maggioranza politica?
Bisogna rivedere la Costituzione, su questo punto, è evidente. Da subito,
però, se i senatori a vita avessero buonsenso, si asterrebbero da qualsiasi
voto politico, per votare solo, secondo coscienza, su questioni di coscienza,
e concepirebbero il loro compito più come contributo a illuminare i loro
colleghi sui grandi temi di cui sono più esperti, che come partecipazione
diretta e a pieno titolo all’agone partitico-politico.
Quale soluzione
Napolitano, preso atto che, al di là dei partiti, c’è un problema di singoli
parlamentari, decisi a dissentire anche in futuro dalla linea del governo,
avrebbe dovuto dichiararsi indisponibile a un accanimento terapeutico verso
quello che è ormai un cadavere politico: tra qualche sattimana si voterà, ad
esempio, sull’Afganistan, in cui sta per scoppiare una vera guerra
guerreggiata, e lì Prodi2 ricadrà, Follini o non Follini.
Avrebbe potuto conferire un mandato esplorativo a un alta carica dello Stato,
per verificare se può esistere, nell’attuale Parlamento, una maggioranza
politica degna di questo nome, cioè minimamente coesa e stabile, che si possa
ritenere espressiva della volontà degli elettori. E l’esito di una seria
ricerca di questo tipo avrebbe concluso che l’unica possibilità è una
maggioranza di larghe intese, una “grande Coalizione” alla tedesca, quello
che la CdL ha chiamato “responsabilità nazionale”.
Con un mandato ben preciso: a) elaborare una nuova legge elettorale, b)
concordare eventualmente anche l’elezione di una assemblea costuzionale,
eletta col sistema porporzionale puro, col mandato di ritoccare, entre
termini e date delimitati, la seconda parte della Costituzione, c)
disbrigando nel frattempo i problemi urgenti, per quei mesi necessari prima
di tornare al voto avendo approvato i primi due punti.