Recentemente, in occasione del funerale di una mia parente, ho sentito fare a suo riguardo degli elogi molto intensi. Quali non mi sarei aspettato di udire mentre era in vita. E quali io stesso confesso di aver trovato un po’ eccessivi.
Ma poi mi sono detto: ma in fondo è davvero così, è giusto. Cioè una persona ha una dignità e un valore infiniti. Per cui che lo si dica non è una esagerazione.
Il problema è che il primo a non credere al proprio valore è l’io stesso, è ognuno di noi. Ognuno di noi si banalizza. O forse anche peggio, se c’è del vero in quanto Bernanos faceva dire al protagonista del Diario di un curato di campagna, ossia: «odiarsi è più facile di quanto si creda».
Certo, alla autobanalizzazione si associa anche un comportamento conseguente, che non è pressoché mai all’altezza della nostra dignità di figli di Dio, chiamati alla santità, chiamati a partecipare della natura divina, in Cristo.
Tuttavia, a dispetto del nostro comportamento, il nostro più intimo nucleo, la nostra vera natura, non è intaccato dalla banalità con cui trattiamo noi stessi.
Ed è quindi giusto riconoscerlo.
A voler essere completi però c’è anche un altro motivo per cui si parla bene delle persone più dopo la loro morte che durante la loro vita; che è poi lo stesso motivo per cui non si può far santo nessuno mentre è in vita, per quanti miracoli possa aver eventualmente fatto: la realtà del libero arbitrio. Cioè la libertà di scelta: in base alla quale non si può escludere non solo che chi ha fatto il male fino a un minuto prima di morire muoia santamente, ma nemmeno il contrario, ossia che chi ha magari fatto miracoli si lasci sedurre dal Male all’ultimo momento.
Per questo Antonio abate ammoniva: «La grande opera dell’uomo è di gettare la colpa su se stesso dinanzi a Dio e attendersi la tentazione sino all’ultimo soffio della sua vita».