implicazioni “profane” della fede

Un punto importante, che divide, è quello delle implicazioni “profane” (culturali e politiche in particolare) della fede.
E’ certo che la fede ha delle implicazioni “profane”: non ogni filosofia è compatibile con la fede, come non lo è ogni politica.

Notiamo che un tempo, fino al crollo del muro di Berlino era più facile identificare ciò che era incompatibile con la fede: a livello politico il comunismo da un lato e il nazifascismo dall’altro, con molte riserve anche sul liberalismo “selvaggio”; a livello culturale era ovvio che Nietzsche e Sartre, per esempio erano incompatibili con la fede.

Le implicazioni in positivo potevano anche avere varie sfumature, ma c’era il senso di una sostanziale comunanza, che in Italia era espressa politicamente dal voto quasi unanime alla DC.

Dopo l’89 le cose cambiano e si complicano. Nel mondo post-ideologico e pluralista da un lato non è facile capire che cosa davvero è decisamente ostile alla fede e dall’altro i cristiani sono diventati una minoranza, sempre meno influente e ascoltata.

Ora io credo che, almeno nell’attuale contesto, i cristiani sono chiamati ad agire con prudenza nell’arena politica:

  • è vero che la fede ha delle implicazioni profane, ma è altrettanto importante rendersi conto che esse sono qualcosa di non-essenziale: lo prova il fatto che la fede si è rafforzata e diffusa nel contesto di uno stato ostile e persecutorio, come era l’Impero romano nei primi secoli della cristianità, mentre si è indebolita in secoli in cui gli stati si definivano cristiani e difendevano a spada tratta i valori “non negoziabili”. Questo non vuol dire che sia auspicabile che lo stato sia ostile, ma solo che non è necessario che sia “amico”, non è condizione necessaria a che la fede viva e cresca.
  • in secondo luogo dobbiamo renderci conto che mentre l’essenziale è stato da subito e totalmente chiaro (le fede di Pietro) e non subirà alterazioni nel corso della storia, invece il non-essenziale è soggetto ad accrescimenti e correzioni nel corso della storia: quello che non era chiaro un tempo, lo diventa successivamente (vedi tortura o condizione femminile o libertà religiosa)
  • di conseguenza dobbiamo evitare di assolutizzare qualcosa che è relativo e accettare anche che ci possano essere tra cristiani divergenze sul non-essenziale, cioè sulle implicazioni profane della fede.
  • Il pluralismo tra cristiani non è un fine: non è un bene in sé stesso, perché l’ideale è l’unità, ma è un mezzo, è un bene nella misura in cui salvaguarda la dignità delle persone e la necessità che ognuno sia ragionevolmente convinto della bontà di certe scelte, e non sia forzato a seguire acriticamente un gregge. Ma il pluralismo di opzioni, ad esempio politiche, non va preso come un punto di arrivo, a cui rassegnarsi pensando, un po’ istericamente, “non voglio disturbare e soprattutto non voglio essere disturbato” “lasciatemi in pace con le mie idee”: no, bisogna dialogare cercando il più possibile l’intesa, l’unità. Certo, senza pretese, senza isterie e senza ultimatum, con pazienza e pacatezza, non scandalizzandosi se non si raggiungere una piena convergenza. Perché una piena convergenza, che tra l’altro andrebbe cercata non solo con i fratelli nella fede ma con tutti i fratelli uomini, è un ideale a cui avvicinarsi asintoticamente, perché probabilmente non lo raggiungeremo in questa vita.

un nota bene

E’ degno di nota che le implicazioni profane della fede non devono essere viste come un puntello della fede, come una stampella senza cui essa non starebbe in piedi, ma come una fioritura della fede, di una fede diventata esperienza. Anche questo è un punto che andrebbe capito: perché da un lato ci sono quelli che sbandierano la necessità di trarre le conseguenze politiche della fede, ma lo fanno in maniera ideologica, come se la fede avesse bisogno, come condizione previa, di tali implicazioni e come se tutto fosse perfettamente chiaro (assolutizzando il loro particolare e relativo punto di vista e demonizzando chi dissente da loro); dall’altro c’è chi rischia di essere scambiato per spiritualista perché, probabilmente per contrapporsi all’ideologicità dei primi, non chiarisce bene che, sia pure dialogicamente (nel rispetto di possibili divergenze) e in modo imperfetto perché storicamente situato, possiamo tendere a convergere su certe implicazioni profane della fede.

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Author: intellectualia